Gianfranco sognava di fare il calciatore - di The pido
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/02/2007 alle ore 21:32:01
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Otto e mezza. Mancava poco all’inizio della partita e Gianfranco era seduto sulla panchina dello spogliatoio. Fuori il tifo si faceva sentire.
“Sono così già adesso...figuriamoci quando inizierà la partita...”
Ma la partita non era ancora iniziata e lui era solo nello spogliatoio, finché la porta non si aprì e vi entrò un bambino. Lo osservò un attimo. Era in quell’età in cui tutti i bambini sono teneri e carini. Ma quel piccolo sgorbio non ispirava per niente tenerezza e certo non si poteva dire che fosse carino. Per un po’ si guardarono. Chiese al ragazzo come mai non andasse a riscaldarsi con i compagni di squadra.
«Non mi serve» rispose Gianfranco, mentre le parole gli morivano in gola. Il bambino, allora, gli chiese spiegazioni. Il ragazzo non avrebbe dovuto, non avrebbe voluto parlare di quelle cose; a un bambino, poi, che non conosceva per niente...Però...certe cose vengono fuori anche se non lo vuoi. Anche se il cervello ti dice di tacere, certe volte il cuore si ribella e così, senza motivo, per volontà del suo cuore, Gianfranco cominciò a raccontare, con tono piatto, riesumando ricordi così dolorosi da costringerlo a riferirli senza emozione, perché erano cicatrici enormi, che se avesse messo anche solo un briciolo di emozione nella voce, avrebbero avuto la forza di schiacciarlo, di deformare il suo cuore. E non c’era frase più adatta: gli avrebbero schiacciato il cuore.
Cominciò a parlare con quel bambino di quando aveva la sua età e giocava con la squadra di calcio paesana...
«Ero un mocciosetto pieno di sogni» disse, «calciavo il pallone come se non avessi fatto altro in tutta la mia vita. E in effetti più o meno è così. Avevo talento e mio padre mi incoraggiava, mi diceva che dovevo continuare a sognare, perché quanto più intensamente avessi desiderato qualcosa, tanto più facilmente l’avrei ottenuta. A dieci anni facevo già i provini per la squadra regionale, a dodici vincevo trofei a destra e a manca; pensavo che mai avrei potuto fallire, perché, in effetti, mai avevo fallito. Mi dicevano che avevo il calcio nel sangue, e anch’io lo credevo, sembrava che fossi nato col pallone tra i piedi.
«Avevo tredici anni quando entrai in questa squadra. Si erano accapigliati non poco per avermi e alla fine, dopo molti “corteggiamenti”, cominciai a giocare per loro. Mi trovai subito benissimo. I miei compagni erano fantastici, e lo sono tutt’ora: insieme abbiamo stravinto ovunque.» Dunque si avvicinò al bambino, che era seduto qualche metro più in là.
«Ti ricordi l’ultima volta che abbiamo perso?»
Il bambino rifletté per un attimo. Poi scosse il capo.
«Già» continuò, con un sorrisetto quasi malinconico «nemmeno io...Sono qui da tre anni ormai, e non ricordo una sola volta in cui abbia fallito.
«Sei mesi fa...la batosta. Avevo quindici anni...» Dopo una pausa, abbassò la testa e se la tenne tra le mani. “Solo quindici anni...” Si disse.
«Hai mai sentito un muro crollarti addosso, hai mai perso tutte le speranze in un colpo solo, così velocemente da non rendertene conto?» Il bambino, in apparenza indifferente, fece cenno di no.
«No? Certo che no...beh, hai presente quando ti sfugge di mano il palloncino, e se ne va in alto, e tu non puoi farci niente, perché vola sopra i tetti e sopra le nuvole, e non puoi riprenderlo, semplicemente succede così, ce l’hai...e un attimo dopo non ce l’hai più...e chissà dove andrà, ma tanto non importa, perché non ce l’hai più...allora, hai presente?»
Questa volta il bambino annuì.
«Allora pensa a quello, cento volte di più, mille volte di più, pensa che hai perso e basta».
Il fanciullo, non sapendo cosa dire, confuso, azzardò «Quindi...avete perso...è per questo che non ti alleni?»
Gianfranco provò per la prima volta un po’ di tenerezza per il piccolo. “Ingenuo...fortunato tu, che sei ancora piccolo e libero...”
«No, piccolo, non abbiamo perso. Sai cos’è un’anomalia al cuore? Beh, no, non lo sai...è quando il cuore è fatto sbagliato e funziona male, hai capito?» Annuì.
«Ecco, erano appena sei mesi fa. I dottori mi chiamarono con urgenza dopo una visita, un banale controllo che aveva fatto tutta la squadra. Appena arrivai in ospadale mi ricoverarono. Non mi dissero niente fino al giorno dopo. Mi attaccarono degli aggeggi sul petto e per tre giorni restai con quegli affari. Mio padre rimase in piedi per tutta la notte e domandò ovunque, dottori, infermiere, malati, perché fossi lì e che cosa mi stesse accadendo» Alzò la testa.
«Poi ci fu spiegato tutto. Più o meno...»
«Un’anomalia è una cosa grave. Ci vorrebbe un trapianto, ma i dottori mi avvertirono già da subito che sarebbe stato molto difficile trovare un cuore per me. Mi parlarono di proporzioni e dimensioni che non capii e in poche parole non potevo avere un cuore. Mi tennero due mesi lì in ospedale e per altri tre mesi dovevo essere visitato ogni settimana. Passai gran parte del mio tempo al bar con i miei compagni, cercando di non pensare a quella spada di Damocle che batteva nel mio petto. Sai cos’è una spada di Damocle? No, perché dovresti...è un modo di dire, vuol dire che poteva succedere qualcosa da un momento all’altro...
«All’inizio non capimmo molto. Eravamo scioccati e non eravamo in grado di lamentarci. Solo dopo qualche settimana ci rendemmo realmente conto della gravità della situazione. Te lo dico senza giri di parole...piccolo, io MORIRÒ».
Il bambino era sconvolto.
«Tuttavia non ho mai rinunciato al pallone. Se devo morire, lo farò facendo quello che amo di più. Mio padre, il mio povero padre, cerca ancora una soluzione. Crede che esista una scappatoia, una possibilità, ma io ho capito che non è così. Lui non vorrebbe che giocassi, né oggi, né fintantoché sarà pericoloso. Crede che ne verremo fuori. Ma non succederà, io non voglio prendermi in giro e certo non voglio illudermi di potercela fare...Ragazzino, io morirò, lì fuori, oggi, tra la gente che amo e sul suolo erboso che è la mia vita» si fermò per un attimo “La mia morte...”
«È così e basta. Morirò a soli sedici anni, ma non posso dire di aver avuto un’esistenza inutile. In fondo, pensaci, io ho vinto per moltissimo tempo, la mia vita è stata tutta una serie di vittorie e sono stato molto felice. La vita mi ha dato un grande dono, che è il mio talento, e così mi ha tolto qualcos’altro. Ma non mi ha tolto la possibilità di giocare fino all’ultimo, di cadere sul campo, di correre fino alla fine. Io sono stato felice.
«Sì, mi fa male pensare che non rivedrò più mio padre, i miei amici, non avrò una famiglia, dei figli a cui trasmettere la mia passione. Ma il destino vuole così. Mio padre perderà anche me e si ritroverà solo. Io giocherò e morirò.» Una pausa.
«Ora scusa, ma devo andare. La partita sta per cominciare e dovrà essere uno spettacolo favoloso.»
Il bambino gli domandò «Io...cosa devo fare?»
«Va’ lì fuori e fa’ il tifo per me.»
E si alzò, si sistemò i pantaloncini, si allacciò le scarpe e raggiunse i compagni in campo. La partita cominciò. Il primo tempo fu strepitoso, Gianfranco non sembrava affaticato e fece pure l’assist del secondo goal. Il tifo era con lui.
Al secondo fischio dell’arbitro tutti i giocatori rientrarono nei loro spogliatoi. Nello spogliatoio la tensione era palpabile e il terribile silenzio fu rotto solo dall’allenatore.
«Vorrei solo dirti, Gianfranco, che siamo con te, tutti quanti...tu...sei nostro fratello...e...noi...» Non riuscì a finire la frase, soltanto gli si avvicinò, abbracciandolo e, in quel momento, tutti i suoi compagni cominciarono a dirgli parole cariche di tristezza, gli regalarono lacrime, gli piansero sulla spalla. Ma lui non pianse, non versò neppure una lacrima, voleva dire “Io sono forte, non piango...io non ho paura”. Voleva fare forza ai compagni e a se stesso.
«Giaco, non piangere. Andre, fa l’uomo. Matteo, è una lacrima quella?» “Non mi state aiutando così”
«Avanti, raga, dobbiamo andare...e non voglio vedere più lacrime o faccette tristi, intesi? Giochiamo e basta...oppure volete rovinare la mia ultima partita?»
«Andiamo.»
Gianfranco e i compagni si avviarono verso il corridoio. Ad aspettarlo vide la sua ragazza e, poco più avanti scorse il padre.
Lei, quando lo vide, si fece avanti, con le lacrime agli occhi. Lo abbracciò, e mentre piangeva sulla sua spalla, cercava le parole giuste per dirgli addio. Quello che riuscì a dire quasi fece scivolare una lacrima dai suoi occhi.
«Gli innamorati non si ammalano mai...»
Si guardarono. Lui le prese il viso tra le mani e la guardò negli occhi.
«Ehi...su, non disperarti così...io...sai che non voglio addii strappalacrime. Piccola, nelle tue notti più buie, quando sarai così triste da preferire il terribile silenzio al pianto...promettimi che guarderai fuori dalla finestra, che cercherai la mia stella lassù in cielo. Non appena l’avrai vista io ti abbraccerò e tu sentirai il mio calore, così capirai di non essere rimasta sola. Piccola, promettimi che lo farai...» lei annuì, sempre tra le lacrime «Brava, promettimelo. Non devi preoccuparti per me, io ti ho avuta, e anche se mi addormentassi in questo momento esatto, potrei dire di aver vissuto la cosa più bella del mondo, l’amore. Tu sei il mio angelo, e io non ti lascerò sola. Ma devi promettermi un’altra cosa. Devi promettermi che amerai di nuovo. Che troverai un altro amore e sarai felice di nuovo. Sarà la tua felicità a mantenermi per sempre vivo, non scordarlo mai. Me lo prometti?» lei annuì di nuovo. Si guardarono senza dire altro. Passò un interminabile attimo prima che si sciogliessero dal loro ultimo abbraccio.
Gianfranco riprese a camminare, con la testa china, rimuginando su quegli ultimi attimi. Una mano familiare si posò sulla sua spalla. “Papà” Il ragazzo si girò. Sì, era papà...
Si fissarono senza parlare, eppure si dissero un sacco di cose. Il ragazzo avrebbe voluto dimostrargli di essere un uomo, di non piangere, di essere forte, ci era quasi riuscito...ma infine cadde in un pianto innocente tra le sue braccia.
«Papà, io non ho paura, dico sul serio, io...non piango.»
«Saresti uno sciocco se non lo facessi, saresti un arrogante se non avessi paura della morte. Devi solo essere sereno. Non sopporterei di vederti pieno di dispiaceri.»
«Hai ragione, papà.»
«Saluta la mamma e...io non credo che ci metterò molto a raggiungervi entrambi»
«Ma cosa dici»
«Addio, figlio mio...mi hai dato tante soddisfazioni per una vita intera. Ti voglio bene.»
«Ti voglio bene anch’io, papà. Ora devo andare.»
Gianfranco si diresse verso l’entrata del campo, giusto un momento prima che l’arbitro richiamasse tutti i giocatori. Si guardò intorno. Sugli spalti c’erano alcuni striscioni dedicati a lui e riconobbe i volti dei suoi amici. Erano lì per lui. Quando entrò il tifo impazzì, Gianfranco salutò gli spalti con un ampio gesto delle braccia e così salutò tutti i suoi amici, tutti coloro che avevano creduto in lui e che gli volevano bene, tutti coloro che adesso stavano facendo quel casino per lui. Tutti coloro che, tifoso o meno, avrebbero accompagnato la sua scomparsa.
Ma non c’era tempo per pensare, il secondo tempo ebbe inizio, Gianfranco corse per dieci minuti ininterrottamente, diede spettacolo, uno spettacolo unico. Aveva il talento straordinario di sempre, ma anche una terribile consapevolezza: il suo cuore non avrebbe resistito ancora a lungo. Ma lui correva, e correva, e faceva bei passaggi, e giocava come un dio, e non si risparmiò mai. Diede tutto ciò che aveva, fino all’ultimo.
Era quasi la fine della partita, la fine di tutto e avrebbero vinto ancora una volta. Gianfranco stava correndo e aveva il pallone tra i piedi. Poi sentì il cuore sussultare.
“È il momento”
Un dolore insopportabile lo fece inciampare sul pallone. Poi il dolore passò e non sentì più niente. Mentre cadeva, gli sembrò che tutti gli spettatori lo stessero prendendo in braccio e lo stessero cullando, non si accorse perciò di essere caduto. Gli parve di udire il grido della sua ragazza e il sussulto del padre.
Quell’attimo, quell’abbraccio dal suo pubblico, quel grido, tutto si fermò perché tutti dovevano accorgersi che stava morendo un campione. E tutti se ne accorsero. I giocatori si fermarono. Il tifo cessò. Solo in quel momento Gianfranco si accorse di essere con la pancia sull’erba e si girò. Guardava in alto. Chiuse gli occhi, pensando a quel bambino davvero brutto a cui aveva raccontato la sua storia.
Poi niente.
L’ultima cosa che vide fu il viso grazioso di sua madre, così come se la ricordava, giovane e bella.
Morì col pallone tra i piedi, proprio come aveva desiderato da bambino.
