Vogliam vedere il bosco bum !! - di Vittorio Banda
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/03/2007 alle ore 11:31:08
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VOGLIAM VEDERE IL BOSCO BUM!
Il ritorno alle origini è un impulso irrefrenabile del nostro
essere che ci porta, a volte, a fare dei viaggi interiori nel nostro passato e che ci fa sorridere o soffrire per gli eventi che si sono impressi nella nostra memoria in modo indelebile e che di tanto in tanto, fanno capolino nella nostra vita obbligandoci
a fare un bilancio della nostra esistenza passata e che ci aiuta- no a guardare con fiducia all’esistenza futura.
Quando si comincia a dire : “ mi ricordo! “ è segno che si comincia a diventare vecchi, ma è anche segno che si è vissuti
in maniera profonda, per poter essere depositari di ricordi che
ci aiutano a vivere, perché sono pieni delle persone che ci hanno preceduto nella casa del Padre e che ci hanno aiutato
a combattere la battaglia della esistenza quotidiana; guardando al loro esempio e conservando in noi il loro ricordo
Alla loro memoria sono dedicate queste pagine che, sono certo,
renderanno, almeno nei miei coetanei, ancora più vivo il loro
ricordo e che aiuteranno le generazioni attuali a comprendere
che cosa eravamo, per capire meglio che cosa siamo.
L’infanzia,l’adolescenza e la maturità sono degli aquiloni sospinti dai venti delle passioni, che spirano nell’essere umano e che scemano di intensità con il progredire dell’età; ma è importante seguire il volo di questi aquiloni per scoprire che
Il cielo esiste e che è possibile, malgrado tutto, guardare in alto con la fede che lassù qualcuno ci ama e che non ci lascia mai soli ad affrontare le vicissitudini quotidiane.
La mia nascita è avvenuta a San Cataldo, alle ore 9,00 del 13 Dicembre 1944,dopo un lungo travaglio, a quei tempi si
partoriva a casa assistiti da una levatrice, mia madre mi ha sempre detto che non volevo nascere se non era presente mio padre che era impegnato,essendo comandante della locale stazione dei carabinieri, in una battuta notturna per sgomi- nare la banda del brigante Mangione cosa che fu portata a compimento quella fatidica notte con l’accerchiamento della banda ed il suicidio del capobanda Mangione e la cattura dei suoi seguaci, che sfilarono in catene per il corso del paese
sino alla Caserma dei carabinieri. Qualcuno ha detto che mio padre era alla ricerca di qualche medaglia ma come sempre chi fa il proprio dovere con onestà è criticato e molto spesso gli si attribuiscono i propri difetti forse perché l’onestà è una vecchia signora defunta della quale, a stento, si serba soltanto il ricordo.
A San Cataldo sono rimasto sino al compimento del mio primo anno di vita, nel Dicembre del 1945 ci siamo trasferiti a Caltanissetta dove mio padre era stato chiamato a svolgere il compito di Capo Ufficio al Gruppo della Caserma dei carabinieri “Angelo Alaimo”.
Dei miei successivi tre anni ricordo soltanto le passeggiate alla villa Amedeo per prendere aria pura ed il sole che inondava la
stanza che dava su via Dante Alighieri su cui si affacciavano un balcone ed una finestra visto che stavamo al primo piano di via Spennato sulla quale si aprivano un balcone ed una finestra, in una casa composta da tre vani ampi e da una cucina dove era ubicato anche il w.c.
Al compimento del mio quarto anno cominciai a frequentare
la scuola materna presso le suore della Grazia, non dimenticherò mai il mio primo giorno di scuola con il cestino di paglia bianca preparatomi da mia madre all’interno del quale vi era il tovagliolo le posate un panino con della frittata e una mela.
L’impatto con quell’ambiente fu traumatico ricordo che fui colpito dalla enorme porta di legno che dava accesso alle scale che bisognava salire per raggiungere le aule, quasi tutti i bambini,come me, piangevano e non si volevano staccare dalla mano del genitore che li aveva accompagnati.
Il primo giorno trascorse tra i pianti e tra le suore che cercavano di distrarci con giochi e con canti che sembravano non interessare nessuno.
In quella giornata all’ora di pranzo ci fu un digiuno quasi totale e vinti dalla stanchezza e dal copioso pianto ci addormentammo crollando sui banchi risvegliati alle 16,00 quando venimmo ripresi dai nostri genitori.
Il ritorno a casa fu per me come una liberazione, tutto mi sembrava più bello e consono alla mia dimensione e pensavo con terrore all’indomani in cui avrei dovuto fare ritorno alla scuola materna.
Pian piano cominciai a fare l’abitudine con la scuola e con le suore e cominciai come gli altri bambini ad imparare la canzoncina che cantavamo: “Vogliam vedere il bosco bum!”
Le aule erano spaziose ma nella struttura mancavano luoghi
aperti dove prendere aria e giocare, ci limitavamo ad osservare da una finestra un piccolo cortile interno colmo di vasi di piante quello era l’unico nostro contatto con il mondo esterno.
L’abito nero delle suore ci faceva impressione ed eravamo obbedienti ai loro comandi rimanendo con la testa appoggiata
sul banco nel buio dell’aula quando ci veniva detto di riposare.
L’anno finalmente volse alla fine ed iniziarono le vacanze estive che si passavano a casa allora la parola ferie era solo un miraggio.
I balconi divennero la mia abituale dimora, e cominciai a conoscere attraverso di essi i vicini con le loro realtà di vita e con il loro operare quotidiano, mettevo le mie gambe a
Penzolare dal balcone dopo averle infilate nella ringhiera sedendomi, e da lì osservavo lo svolgersi degli eventi nella strada.
Al balcone dirimpetto ogni tanto faceva capolino una anziana
signora di nome Maria che dava l’acqua alle sue piante che erano veramente rigogliose, ricordo le ortensie dai vari colori ed i gerani sempre fioriti e le sue rose vellutate. Con lei inizio un rapporto che dal semplice saluto passo ad una naturale conversazione, mi chiedeva cosa stavo facendo tutto solo nel balcone, visto che i miei fratelli Piero ed Ennio, più grandi di me di tre e quattro anni, erano nella strada a giocare con gli
altri ragazzi ,le spiegavo che mia madre essendo ancora piccolo non mi permetteva di scendere in strada e lei con grande affetto mi disse che la prima volta che mia madre mi avrebbe concesso di scendere a giocare nella strada dovevo andare a trovarla perchè mi avrebbe dato qualcosa. Dopo il balcone si richiudeva per riaprirsi in prossimità dell’ora di pranzo allora si affacciava Don Giuseppe il marito della signora Maria e suo figlio Salvatore che tutti chiamavano Don Totò aveva un salone di barbiere in corso Umberto quasi all’imbocco con Viale Regina Margherita e con quel lavoro manteneva suo padre, sua madre e suo fratello Michele che studiava giurisprudenza a Palermo, poi avrebbe fatto diplomare in ragioneria anche un suo nipote Costantino, ricordo che tutti e due vedendomi al balcone mi salutavano sempre dicendomi scherzosamente : “ Don Vittorio
Come andiamo oggi ? “ rispondevo che mi annoiavo a stare seduto al balcone e risollevandomi dicevo loro che stava per arrivare mio padre e che quindi eravamo quasi pronti per il pranzo e salutandoli mi ritiravo a casa.
Oltre a quei miei due fratelli di cui ho detto avevo anche una sorella di sette anni più grande di me che frequentava le scuole
medie e che in estate aiutava mia madre nelle faccende domestiche.
Oltre ai già detti vicini di balcone vi erano delle abitazioni a piano terra in cui abitavano numerose laboriose famiglie tra le quali Donna Liboria vecchia contadina con suo figlio e l’asina che tenevano con loro in una stanza e che al mattino usciva con il figlio in groppa e le “quartare” di acqua ai lati per recarsi nei campi per il lavoro quotidiano, rientrava la sera con il foraggio e con qualche frutto della campagna, ortaggi e frutta che rivendevano ai vicini, vi era pure Don Angelo, “figliamaro” che teneva l’asino a casa e che ogni mattino si recava in cerca di verdura, funghi, lumache e carciofini selvatici che vendeva ai vicini o al mercato.
Zì Sebastiano che faceva il cavatore a Sabucina con una famiglia numerosa composta da sei figli Vincenzo il più grande era entrato nella Polizia e lavorava a Taranto, Michela che tutti chiamavamo Chela che veniva spesso a casa mia ad aiutare mia madre era una di famiglia per noi, Totò che lavorava in un forno, Rosa che aiutava la madre a casa, Vittorio e Giovanni che avevano l’età dei miei fratelli.
La signora Crocetta e il marito Luigi vendevano ortaggi
al mercato vicino alla Pescheria che si trovava dietro la
Cattedrale, non avevano figli ma erano sempre disponibili verso tutti ed anche con la Signora Crocetta avevo un buon rapporto che mi portava a conversare spesso con lei
era usa chiamarmi “Vittoriuccio”.
La Signora Carmela che accudiva il marito paralizzato a letto, badava ad una famiglia composta da tre figlie e due figli.
La Signora Enza che aveva tre figli uno che era rimasto,dopo la guerra , a lavorare in Eritrea un altro figlio Eugenio della stessa età di mio fratello Piero ed una figlia Rosa di 15 anni.
Dal balcone di via Dante Alighieri l’unico mio contatto era
Donna Apollonia una vecchia che somigliava alla padrona di Tittì il canarino oggetto di caccia da parte di gatto Silvestro
negli omonimi cartoni animati. Ero incuriosito da lei perché
nella sua terrazza allevava delle galline alle quali ogni mattina dava da mangiare grano e foglie di cavolo e ricordo che io non
mi spiegavo come mai di tanto in tanto spariva qualche gallina
ed io le chiedevo dove fosse andata a finire e lei mi diceva che era andata in campagna.
L’estate scorreva lentamente e le giornate erano scandite dai
rintocchi delle campane che provenivano dalla Cattedrale, da
San Giuseppe e da San Francesco, nel pomeriggio passava il
gelataio da cui si potevano prendere coni o “charlotte”( due cialde che, con una macchinetta apposita, contenevano uno strato di gelato), poi spesso passava quello delle “grattatelle” con un carrettino che si muoveva su ruote di gomma rigida,
sul quale vi era un blocco di ghiaccio coperto da un sacco con del sale, con cinque lire ti dava una grattatella di ghiaccio grattugiato con un apposita macchinetta e poi insaporito con
degli sciroppi ai vari gusti menta, limone, arance etc.Verso la fine del mese di Luglio la strada cominciava ad animarsi con molte ragazze che iniziavano a raccogliere offerte per la festa dell’Assunta per il 15 Agosto dicevano che nel pomeriggio di quel giorno si sarebbe svolta la festa del quartiere con giochi e premi per tutti, ovviamente questo annuncio mi mise in agitazione ed io dal balcone chiedevo sempre alle ragazze a che punto fosse la raccolta e se si poteva celebrare la festa del quartiere, da parte loro ricevevo assicurazioni che la festa ci sarebbe stata e che il divertimento era assicurato.
La “calia” e la “semenza” non sarebbero mancate tanto più che al fondo della strada abitava donna Silvana, che insieme
al marito vendevano tali generi che preparavano nella loro casa.
La sera tutti si sedevano fuori nella strada, o stavano seduti a prendersi il fresco venticello che soleva spirare nelle ore serotine non infastiditi da zanzare perché preventivamente veniva spruzzato del D.D.T. per le strade e si faceva annotazione sui muri indicando la sigla e l’anno in cui si era operato il trattamento e poi la sera il cielo era dominato dai pipistrelli che subentravano alle rondini e che con molta naturalezza provvedevano a ripulire il circondario dagli insetti molesti.
L’illuminazione della strada era scarsa vi erano solo quattro
lampade ed era gestita dalla Ditta Mazzone e Amato, ricordo
che quando dovevano sostituire una lampada perché si era fulminata arrivava un carretto con ruote di gomma su cui vi
erano delle scale di legno assemblabili e noi ragazzi ci divertivamo a vedere le acrobazie di quei poveri operai nella esecuzione di tali lavori.
I vecchi si sedevano fuori nella strada di primo mattino prima che il sole cominciasse a picchiare a prendere il fresco ed a fumare le loro pipe di terracotta caricandole con del trinciato o a farsi la sigaretta con le cartine alcuni passavano il tempo facendo mollica di pane con il pane duro che martellavano su una piastra di pietra.
Il pane lo si faceva per tutta la settimana ed infatti ogni lunedì
si faceva l’impastatina ed uscivano dai bassi le assi di tavole
con le forme di pane impastato che venivano portate al forno
Bellavia; alcune facevano anche delle forme piccole per i bambini e qualche volta me la regalavano già condita con pomodoro fresco ed olio di oliva e pepe era saporitissima.
Si cucinava con il carbone su fornacelle ed i più evoluti avevano il primus a petrolio.
Il pane veniva riposto dentro casse di legno e si prendeva al
bisogno durante tutta la settimana, si portavano al forno
per cuocerle : patate, cipolle,melanzane e peperoni per poi
farne delle gustose insalate.
La carne era riservata solo alla domenica e si capiva che era
domenica dal profumo che si diffondeva per la strada.
La pasta la si comprava in pacchi da cinque chili avvolti in carta gialla o azzurra provenienti dal pastificio Piedigrotta,
che sorgeva vicino la Stazione Ferroviaria. Ricordo che questa carta che avvolgeva la pasta veniva usata dalle madri
insieme con lo zucchero per tamponare le ferite sanguinanti dalla testa dei loro figli quando questi prendevano qualche pietrata. La radio scandiva le mattinate ed i pomeriggi con le orchestre di Segurini o Barzizza e si sentivano le voci di
Claudio Villa, Alberto Rabagliati,Clara Jaione con
“ Arrivano i nostri”, Luciano Tajoli , Eduardo Spadaro , Katina Ranieri e del favoloso Quartetto Cetra con
“ La vecchia fattoria “ e le giornate passavano allegramente.
Alla sera ci si riuniva, dopo cena, attorno alla radio, in silenzio, per ascoltare le avventure del “Compagnuccio della
parrocchietta “ di “Mario Pio “ o del “Conte Claro”
narrate da Alberto Sordi.
Di tanto in tanto passava il venditore di olio che gridava :
“ ogliu bonu ! (olio buono!) “ oppure nel periodo estivo il venditore di gelsi che gridava : “ceusi maturi ! (gelsi maturi)”.
Il latte lo si prendeva la mattina quando passava il pecoraio
con le capre e le misure di alluminio in cui mungeva il latte,
sino al riempimento della misura richiesta , la schiuma che si creava nelle misure con lo schizzo della mungitura ed il tepore di quel latte appena munto sono indimenticabili.
L’acqua corrente veniva erogata da rubinetti di rame messi alla sommità di tubi di piombo ubicati, di preferenza nella cucina.
La spazzatura veniva ritirata di persona da un netturbino che
avvisava del suo passaggio gridando : “ munnizza ! “.
Finalmente arrivò il momento della sospirata festa ed inizio con delle preghiere fatte davanti ad una immagine della Madonna Assunta tutta contornata di fiori e mi ricordo che
le ragazze cantavano : “ Una e miria voti e lodammo la Matri
Assunta ! “; nel pomeriggio inizio la festa del quartiere che era stato addobbato con striscioni pieni di bandierine colorate.
Si svolse la corsa dei sacchi molto comica perché i concorrenti
inciampando cadevano e si rideva, poi vi fu la conquista della
moneta incollata in una padella imbrattata di grasso e carbone, il concorrente doveva estrarre la moneta con
la bocca avendo le mani legate. Quindi si passo alla gara
dell’albero della cuccagna nella quale il concorrente doveva salire aiutandosi con le mani ed i piedi su un palo cosparso di
sapone alla cima del quale erano appesi salumi e soldi.
L’ultima gara la più divertente fu la gara dei pignatoni dove
su una corda erano state attaccate delle brocche di terracotta
che contenevano premi o fregature quali la segatura, la terra,
la cenere e l’acqua, il concorrente bendato ed armato di un bastone doveva centrare con un colpo di bastone una di quelle
brocche, quello che scendeva dalla stessa era suo, ovviamente
il divertimento era assicurato, partecipò tutto il quartiere ed alla fine dei giochi si iniziarono balli di quadriglie e di tarantelle sino alla sera fu proprio una bella festa.
Il tempo ricominciò a passare nel solito modo sino a Settembre
mese nel quale cadeva la festa del patrono San Michele con la
fiera merceologica che si svolgeva al Viale Margherita ,vi si
recavano quasi tutte le famiglie perché in quella occasione si
cominciavano a fare gli acquisti per il nuovo anno scolastico
che incombeva, mantelle impermeabili,cartelle di cartone etc.
Tutta la mia famiglia compatta vi si recava e ricordo che mio padre prima di uscire a tutti noi figli diceva che avrebbe
comprato una cosa sola per ognuno e che quindi dovevamo pensarci bene prima di chiedere quel che desideravamo, allo stesso modo diceva che avremmo fatto un solo giro in una giostra.
Essendo piccolo io mi stancavo e finivo con il fare ritorno in
braccio a mio padre.
Iniziò il nuovo anno scolastico e per me fu deciso dai miei genitori di scrivermi all’asilo delle suore Mercenarie o come si diceva allora alla “ Maddalena”, vi era un cortile dove le suore ci potevano portare per prendere il sole e per giocare un tantino alla’aria aperta.
Queste suore, a differenza delle altre, avevano l’abito bianco e quindi si confondevano con i nostri grembiuli bianchi e l’impatto era meno traumatico, io dopo un anno di esperienza nell’altro asilo mi sentivo un veterano e non piangevo a differenza di quei bambini che iniziavano allora; ricordo un bambino che non voleva lasciare il nonno che lo aveva accompagnato, piangeva ma non diceva nulla, gli andai incontro per incoraggiarlo e lui mi abbracciò mi prese la mano e per tutta la giornata non volle più lasciarmi mi stava sempre vicino, più avanti negli anni avrei scoperto che quel bambino era sordomuto.
Le suore erano molto buone e materne nei nostri confronti e miravano a stabilire tra noi uno spirito di fraternità, ho potuto constatare che si era veramente instaurato tanto è vero che a distanza di tanti anni ci riconosciamo e ci salutiamo per nome e penso che questo risultato è veramente apprezzabile.
All’interno del loro convento ospitavano uno sfollato anziano
di nome Giorgio che nella mattinata stava seduto nel cortile a
prendere il sole e nel tempo in cui giocavamo all’aperto ci radunava e metteva il palmo della sua mano rivolto verso il basso e ci invitava a mettere il nostro indice a contatto del palmo e recitava questa filastrocca invitandoci alla fine della stessa a ritrarre velocemente il nostro dito chi veniva catturato doveva pagare pegno con una penitenza quale camminare in ginocchio o fare qualche salto la filastrocca era la seguente:
“ A la lampa a la lampa cu mori e cu campa, campa la luna e mori la fortuna” richiudeva sveltamente la mano e l’indice o gli indici di quelli catturati pagavano pegno.
Era un divertimento per noi incontrarci con Giorgio ma per le suore serviva da deterrente nei nostri confronti, infatti oltre al tradizionale castigo del tiro delle orecchie, della cinghiata sulle gambe, al loro abito era appesa una cintura larga quattro centimetri e lunga sino alla fine dell’abito, vi era anche quello di minacciarci di farci mangiare nel piatto di Giorgio,l’esistenza di questo anziano all’interno del convento
così come la presenza continua di anziani nella strada, mi ha portato a nutrire nei loro confronti un profondo rispetto per la vita vissuta ed una grande curiosità per la loro esperienza.
In prossimità delle feste di Natale ci coinvolgevano nella preparazione del presepe e ci facevano preparare una letterina per i genitori aiutandoci nel comporla, copiandola su un biglietto natalizio e ci invitavano a metterla nel giorno di Natale,a pranzo, sotto il piatto di nostro padre.
L’atmosfera che si respirava era bellissima e poiché esisteva
nella struttura anche la scuola elementare, chiesi ai miei genitori di iscrivermi lì per la scuola elementare.
Avevo una maestra meravigliosa Suor Maria Assunta, giovane
bella e brava con noi bambini, ogni pagina del quaderno dove facevamo i compiti doveva iniziare con al centro le tre lettere
maiuscole puntate V.G.E. ( Viva Gesù Eucaristico ) ed eravamo classe mista, quindi vi erano le compagne verso le quali noi maschietti facevamo dei discorsi di fidanzamento, ricordo che per una lite scoppiata tra me ed un mio compagno
di nome Antonio per una nostra compagna Amalia, le suore
ci punirono facendoci stare in ginocchio con i ceci sotto in cucina vicino a Giorgio che cercava di consolarci.
Alla Maddalena ho frequentato i miei primi due anni di scuola elementare e conservo ancora caro il ricordo della Superiora
Suor Serafina, di Suor Amalia, di Suor Grazia la portinaia e
Di Suor Cecilia e di Suor Maria Assunta insieme ai nomi dei miei compagni: Antonio, Pippo, Pompeo, Gaetano, Vincenzo,
Filippo e delle compagne: Mariella, Amalia, Giulia, Wanda,
Gemma, Graziella, Dora, Carmela e Mirella ancora adesso se ci incontriamo ci riconosciamo e ci salutiamo.
Nel 1951,la sera del 18 Novembre tutti noi figli ci portarono a casa di mio zio Ranieri brigadiere degli agenti di custodia al
carcere “Malaspina”, fratello di mia madre, e l’indomani mattina ci dissero che avevamo altri due fratellini perché erano nati due gemelli Giuseppe e Mario, più avanti avremmo scoperto che Giuseppe era sordomuto.
Mia madre ci consentiva di scendere in strada a giocare solo se prima facevamo addormentare i due gemelli che io e mio fratello Ennio affidatari rispettivamente di Giuseppe e Mario
dovevamo cullare sino a quando si addormentavano e dopo
potevamo uscire a giocare.
I giochi che praticavamo in strada erano vari ed a seconda dei
compagni, se vi erano con noi delle femminucce, allora si giocava al fazzoletto o a nascondino le femmine tra loro giocavano al “cielo azzurro” noi maschietti si giocava al pallone, al giro d’Italia con dei tappi a cui davavamo i nomi dei campioni del momento Coppi, Bartali,Magni etc. che si muovevano su un tracciato disegnato sulla strada. O al sali scendi su un bastione su cui bisognava salire e scendere senza farsi prendere da chi era sotto. A volte con lo zolfo fornito da
alcuni figli di minatori che stavano in via Calamita parallela a via Spennato, lo fondevamo e facevamo delle formette su cui facevamo colare lo stesso ricavando varie figure a volte molto
strane.
Di tanto in tanto con i soldini che ci davano i nostri genitori che noi chiamavamo “ simanata “ corrispondente alla odierna paghetta, affittavamo mezz’ora di bicicletta e facevamo il giro del viale Amedeo e del viale Regina
Margherita nella strada nessuno possedeva una automobile
solo pochi avevano una vespa o una lambretta ed alcuni, per lavoro e non per diletto possedevano una bicicletta.
Il giorno del 2 Novembre era un giorno speciale, perché noi bambini trovavamo dei vassoi con giocattoli, frutta di martorana, biscotti, frutta fresca , pupi di zucchero, portati dai nostri morti a detta dei nostri genitori ma nessuno di noi credeva a questo; facevamo finta di crederci perché ci conveniva, e ci si ritrovava per strada a confrontare i doni
ricevuti.
Nel mese di Dicembre iniziavano le novene fatte nelle case delle vicine che preparavano immagini della natività e le
adornavano,come del resto avveniva per le immagini delle edicole sparse per le vie della città, con mandarini ed arance
rivestiti di vernice argentata o dorata e con la mortella un
ramoscello con delle bacche verdi e cantavano “ Che bedda
sta murtizza che bedda caricata, ci cadi la ilata chiu bedda
si fa- o Maria o Maria viva Maria!” ed alla fine ci davano
“calia” e “semenza”, alla vigilia di Natale si andava tutti alla veglia a San Giuseppe ed al ritorno si cenava e si giocava a tombola.
Il pranzo di Natale era un pranzo speciale concluso con i dolci della Pasticceria Romano o con quelli di Cortese.
Per il carnevale vendevano delle maschere di cartoncino con
l’elastico, coriandoli e stelle filanti, alcune volte la parrocchia
San Giuseppe faceva al martedì grasso il processo a carnevale
un grosso pupazzo preparato con carta di giornale e che veniva condannato ad essere appeso e bruciato.
La quaresima nelle famiglie era rispettata e sentita e culminava nella settimana santa che si apriva con la Domenica
delle palme e con la processione della Real Maestranza e con
quella dei misteri piccoli il mercoledì e grandi il giovedì, la Resurrezione veniva celebrata, prima della restaurazione della
veglia del sabato sera fatta da papa Pio XII^ , il sabato alle ore 12,00 ora in cui suonavano a festa, contemporaneamente,
tutte le campane delle chiese e noi bambini ci dotavamo di bastoni ed andavamo nelle abitazioni basse a scaricare colpi
con i bastoni e gridavamo :” Nesci diavulu ca trasi ù Signori!”
Eravamo rincorsi dalle persone anziane che con i bastoni uscivano e volevano prenderci a bastonate per lo spavento che avevamo provocato.
Il giorno della Pasqua veniva festeggiato in famiglia con un pranzo speciale e sulla tavola tra le varie pietanze non mancava l’agnello; per noi bambini preparavano i “panarelli” dolci fatti di biscotto con uova sode, io facevo incetta di questi dolci oppure ci regalavano la pecorella di martorana.
Per la Pasquetta si andava tutti a Santo Spirito o al Pantano con roba cucinata e ,tempo permettendo, si passava una giornata all’aria aperta in campagna.La strada era il ritrovo di noi ragazzi ed in essa ci trovavamo ed organizzavamo per fare i nostri giochi ci si frequentava per quartiere ed a volte si facevano guerre di quartiere che si svolgevano nella Domenica ricordo che io facevo il munizioniere perché portavo con me una latta piena di sassi che fornivo ai miei compagni ed ogni tanto sentivi gridare qualcuno con la testa rotta dalla pietrata, correva verso casa per farsi medicare.
Con le ruote a pallini ( cuscinetti) dismessi racimolati dai meccanici si costruivano dei pattini che sfruttavamo per giocare nella strada.
Tra i personaggi che noi bambini conoscevamo ed evitavamo ve ne erano due, uno che chiamavamo “Michè Lallà” era un nano dalla pelle rugosa ed olivastra che faceva il pecoraio e
noi bambini lo canzonavamo scherzosamente e lui si arrabbia-
va molto e ci rincorreva per darci botte o ci tirava dei sassi che
spesso raggiungevano il bersaglio.
L’altro personaggio era spettrale si trattava di una pazza che abitava in via Venezia in una casa che si sviluppava su tre piani, il portone era di legno verniciato color verde scuro vi era un battente di ottone ed una finestra che lasciava intra-
vedere attraverso una grata di ferro la scala che introduceva
alla casa, il suo aspetto era pauroso con gli occhi sempre fuori dalle orbite, il viso scavato, sembrava la matrigna di Cenerentola dall’omonimo film fatto da Walt Disney, vestiva perennemente di nero con un fazzoletto sulla testa che, viste le fattezze del suo volto, la rendeva ancora più brutta.
Per noi ragazzi era una prova di coraggio bussare ed aspettare che lei apparisse dalla finestra con la grata e quindi darsela a gambe. Ricordo che quando mi cimentai con questa prova dopo averla superata la notte ebbi un incubo in cui mi appariva lei che mi stringeva ed io non riuscivo a scappare, da quel posto passavamo tutti velocemente senza fermarci.
Intanto nel Cinema Impero attuale Supercinema si proiettava il primo film a colori “Bellezze al bagno “ con Ester Williams che esibendosi in tuffi e danze con coreografie faraoniche ci faceva sognare, ricordo che lo programmarono ininterrottamente per quaranta giorni e ogni volta passando chiedevo alla maschera se facevano ancora il film “baccalà al bagno !”.
Intanto la morte venne a visitare il nostro quartiere con una disgrazia, Zì Sebastiano cavatore a Sabucina venne colpito da un blocco sulla testa e morì , ricordo le urla ed i pianti della sua famiglia, erano veramente strazianti, la casa veniva contornata da un largo drappo nero e la salma rimaneva esposta per una giornata; tutti si recavano in visita a pregare ed il funerale veniva fatto con una carrozza tirata da due cavalli che andavano al passo mentre il corteo seguiva, a piedi, sino al cimitero.
Nelle case più signorili all’ingresso mettevano un tavolino con
un registro, dove si poteva annotare il nome e cognome con l’indirizzo del visitatore e noi a volte annotavamo gli estremi dei nostri genitori e ci divertivamo, quando con il postino arrivava il bigliettino di ringraziamento, nel vedere i volti stupiti dei nostri genitori che si chiedevano che senso avesse quel ringraziamento.
Dopo la morte di Zì Sebastiano due suoi figli Vittorio e Giovanni, compagni di gioco, vennero accolti nel Colleggio di Caltagirone dove studiarono e quindi il quartiere perdeva la loro frequentazione ed il nostro nucleo si faceva più ristretto.
Intanto Chela si era sposata con un minatore della Miniera Gessolungo ,conduceva una vita stentata, abitavano in una casa di via Calamita sino a quando prendendo il coraggio a due mani si trasferirono a Torino dove lui rilevò una edicola e la loro vita migliorò; ogni volta che veniva in vacanza soleva farci visita insieme alla sua famiglia a cui si erano aggiunti un bambino ed una bambina.
Una sera di Ottobre ricordo che la mia attenzione venne catturata da un canto che proveniva dalla strada ed io affacciatomi al balcone vidi che vi era un signore sotto il lampione all’angolo della strada, che cantava e guardava verso
una casa ed io volevo a tutti i costi scoprire chi era la destinataria della serenata ;vidi affacciare alla finestra della casa Rosa la figlia della Signora Enza e questo che seguitava sempre a cantare, la cosa si ripeteva ogni sera ed ancora mi ricordo le parole della canzone “Cantastorie napoletano “ che dicevano:”Vado cuntannu chiacchiere quartiere per quartiere
storie ca sunnu favule pà gente ca ce crede, come è pesante a musica ca tira stu pianino, se recita a soggetto pè campà ste favule impastate e verità nun dicu nà buggia pecchè so innammuratu sulu e tè!” non ne potevo più, per cui, una mattina, incontrando Rosa, le dissi :” Devi dire a quel signore
che cambi canzone perché questa già la conosco a memoria!”
Lei si mostrò molto indispettita anzi mi disse che ero impertinente, ma da quella sera la musica cambiò e non vi furono più serenate!
Si sposarono, lui faceva il barbiere ed andarono ad abitare in via Redentore così piano piano il quartiere si spopolava.
Anche Rosa la figlia di Zì Sebastiano si sposò con un muratore
poi emigrato in Venezuela e ricordo che il trattenimento lo tennero su una terrazza del centro storico sede del Partito Repubblicano, che affittava i locali per tali eventi, con tavolate di biscotti, caramelle e dolcini assortiti noi ragazzi ovviamente
partecipammo con molto interesse, anzi eravamo soliti individuare i luoghi dove si svolgevano tali trattenimenti ed entravamo andavamo al tavolo degli sposi facevamo gli auguri
e poi davamo l’assalto ai dolci.
Il rispetto della puntualità nella mia vita è nato nell’ infanzia;
mi è stato inculcato a scuola in un modo che non potrò mai
dimenticare.
Frequentavo la terza classe elementare alla Scuola San Giusto ed ero stato assegnato al turno pomeridiano che iniziava alle ore 14,00, solitamente mia madre mi faceva pranzare prima e mi preparava per la scuola controllando la mia cartella e verificando che non mancasse l’inchiostro al calamaio e che avessi con me l’astuccio , i pennini , i quaderni ed il sussidiario era lei che controllava l’orario, fatto questo mi mandava via ed io arrivavo a scuola sempre con un quarto d’ora di anticipo e solitamente facevo il mio ingresso nell’aula dalla finestra che dava sul cortile interno sul cui davanzale balzavo e dalla quale ,con un salto, planavo sopra il banco più prossimo ed iniziavano le baruffe con i compagni.
Un giorno come al solito mi avviai a scuola e giunto alla solita finestra vi feci un balzo e gridai : “ compagni ! “ la voce mi si strozzò nella gola poiché il maestro era seduto in cattedra ed i compagni erano composti sui banchi, egli mi guardò con aria grave e mi disse : “ Rientra nella scuola dall’ingresso principale, percorri il corridoio arriva davanti alla porta dell’aula bussa e quando sentirai dirti avanti entra e poi verrai
quì davanti alla cattedra.
Il tragitto indicatomi lo percorsi con sofferenza, avrei voluto scappare, ma intanto pensavo che cosa avrebbero detto i miei
genitori e quindi fattomi coraggio feci come mi era stato detto
bussai, sentii dire avanti dal maestro entrai ed andai davanti
alla cattedra.
Il maestro con aria grave aprì un cassetto della cattedra e ne estrasse una bacchetta di legno e mi disse: “ Stendi le palme delle mani e ti darò tre colpi per ognuna se tenterai di ritirare
le mani ne avrai doppia razione|!
Stesi le mani ed i colpi si abbatterono su di esse con regolarità
provocandomi grande dolore e le lacrime cominciarono a sgorgare copiose dai miei occhi, quando ebbe finito mi disse di andare al mio posto e di tirare fuori il quaderno poiché avremmo fatto esercizio di dettatura, tirai fuori dalla cartella il quaderno e l’occorrente per scrivere e mentre lui dettava le lacrime scendevano copiose dal mio volto e bagnavano il foglio del quaderno mentre la mia mano dolente faticava a dirigere la penna.
Da quel giorno, nella mia vita, ho sempre tenuto in gran conto la puntualità ed ho sempre controllato di persona il rispetto puntiglioso di essa, chiedendo sempre permesso prima di entrare in un posto e soprattutto sono sempre entrato dalle porte.
In questa scuola ci facevano a volte riunire nell’ampio cortile e si faceva un po’ di corsa e marcia e quindi ci facevano cantare:
“ Roma divina a te sul Campidoglio.... Tu non vedrai nessuna
cosa al mondo maggior di Roma! “ all’uscita vi erano sempre i venditori di caccami che ti fornivano anche la canna ( bacche che si mangiavano e l’osso diventava il proiettile della canna usata come cerbottana) oppure compravamo qualche bastoncino di liquirizia e passavamo il tempo a succhiarlo.
Ricordo che eravamo al tempo delle manifestazioni per Trieste
italiana ed i goliardi nisseni venivano a prenderci per partecipare allo sciopero pro Trieste italiana, finalmente questa battaglia fu vinta e Trieste divenne interamente italiana ricordo che si cantava questa canzone: “ Le ragazze, di Trieste cantan tutte con ardore oh Italia oh Italia del mio cuore tu ci vieni a liberar! “
La politica o le sue manifestazioni si svolgevano sempre in Piazza Garibaldi che si prestava perfettamente a tali adunanze
visto che al centro della stessa vi era un lampione, l’attuale fontana Tripisciano era ancora da venire, sfilavano i
vari uomini politici del momento De Gasperi, Togliatti, Pella, Nenni, Malagodi, Saragat, Fanfani, Alessi,Nichelini, La Malfa e così via. Mi piaceva mettermi sotto il palco ed ascoltarli e quindi raccoglievo adesivi, distintivi e figurine, così tra noi ragazzi li chiamavamo, ed erano oggetto di nostra collezione.
sino ad una certa età ho avuto grande rispetto e considerazione per la politica, poi con l’andare degli anni tra i vari scandali, banane, tabacchi, telecom,tangentopoli etc. ho fatto delle considerazioni che mi hanno portato a concludere che ognuno agisce per “cicero pro domo sua !”
La strada senza Vittorio e Giovanni sembrava più vuota, ma ci ritrovavamo lo stesso a giocare quelli che eravamo rimasti a vivere e a respirare quell’aria, intanto dalle radio venivano le note di” Grazie dei fiori” cantata da Nilla Pizzi che aveva vinto a Sanremo il primo festival, Claudio Villa che cantava
” Luna Rossa” ed il Quartetto Cetra cantava” Un palco della Scala” e queste note ci accompagnavano durante le nostre ore di svago passate nella strada.
Poi nella fine del 1954 traslocammo in una casa che si trovava all’interno della Caserma” Angelo Alaimo” che avevano assegnato a mio padre,abbandonare quel quartiere per trasferirci in via Francesco
Crispi fu per noi ragazzi un trauma, lasciare di colpo i compagni e
andare in un luogo dove non conoscevamo nessuno ma la nuova casa
aveva cinque stanze un bagno nuovo tre camerini ed una cucina ampia ed una stufa a legna che non avevamo poiché nella vecchia casa ci si riscaldava con lo scaldino o con la borsa dell’acqua calda; quindi la prospettiva di avere una stanza per noi tre fratelli più grandi fu allettante e così lasciammo la cara via Spennato.
All’interno della Caserma vi era una sala convegno dove la domenica si celebrava la Santa Messa e dove vi era un tavolo di ping-pong che
divenne banco di sfida tra me e vari carabinieri con i quali alla fine
feci amicizia, si giocava con loro anche a pallone nel cortile adiacente
la porta carraia che dava su via Crispi.
Intanto a Caltanissetta erano arrivati i salesiani invitati da Monsignor
Giovanni Jacono, sensibile ai problemi dei giovani che stavano sulle strade e che non avevano un punto di ritrovo, ricordo che allora si diceva vado al “villino” per indicare il posto di via Messina dove vennero i salesiani che accolsero e contribuirono ad educare molti giovani coinvolgendoli in varie attività sportivo-educative con spettacoli, tornei di calcio, giochi di società e sana dottrina cristiana
secondo lo spirito di Don Bosco. Il primo Direttore fu il mitico Don
Vincenzo Scuderi che seppe polarizzare attorno a sé tutto il mondo
sociale di Caltanissetta facendo sorgere il Centro educativo Don Bosco
vi era Don La Malfa che aveva anche lui una barba bianca come Don
Scuderi, poi Don La Rosa che coordinava gli scout, don Dinaro con il
suo estro per la musica che organizzava gli spettacoli ed il grest che
si svolgeva in estate e che toglieva dalle strade tanti ragazzi a cui si assicurava un divertimento sano e una buona educazione sociale.
Intanto nel 1954 erano cominciate le prime trasmissioni della televisione ed irruppe Lascia o Raddoppia, ricordo che noi andavamo
al Bar Casciano in piazza Marconi pagavamo la consumazione e così
potevamo seguire le vicende della Bolognini, di Mariannini di Degoli e di tanti altri , trasmisero anche il Festival di Sanremo e le
varie sale cinematografiche della città, per far fronte al calo di frequenza, si attrezzarono con schermi che all’orario trasmettevano la
puntata di Lascia e Raddoppia.
La prima Pasqua trascorsa in questa nuova casa mi riservò una piacevole sorpresa, ero uscito sulla piazza Marconi dove stazionava
La “vara” di Caifa che veniva preparata per la processione poiché di solito era conservata in un capanno vicino al Bar Casciano, andai verso l’edicola Giannone che era vicino al Negozio di Zirilli e vidi una gran folla ricordo che un signore elegantemente vestito prese un biglietto di mille lire e lo gettò a terra, io lo raccolsi e prontamente lo restituii al legittimo proprietario, la cosa si ripetè di nuovo ed alla terza volta gli occhi mi andarono su una targhetta che aveva sul cappotto che recava l’iscrizione “ degente del manicomio di Palermo”
ovviamente tenni per me quel biglietto e passai una lieta Pasqua.
Quell’anno nelle manifestazioni del Settembre nisseno fu inserito il
Festival del Jazz sinfonico che comprendeva tre giornate di esecuzioni
al Supercinema mi misi in testa di andarvi ma non sapevo come fare,
siccome eravamo vicini al Gand Hotel Mazzone dove alloggiavano i maestri che avrebbero diretto in quel Festival e sapevo che vi avrebbe partecipato il Maestro Nello Segurini che tante volte avevo ascoltato alla radio nella direzione di brani di Georg Gershwin quali la “Rapsodia in Blue” , “Un Americano a Parigi”, e varie sue canzoni, vedendolo rientrare in Hotel dopo le prove lo fermai e gli dissi di essere qual ero un suo ammiratore ed un estimatore della musica americana citandogli vari autori quali Berlin, Porter, Human,Hurt
Victor Le Roy, la meravigliosa” Sturdust” di Carmichael e Benny
Goodman, lui restò molto colpito e mi disse di farmi trovare quella sera alle 19,30 davanti il Mazzone perché sarei stato suo ospite per tutte e tre le serate, corsi subito a dare la notizia ai miei genitori che contenti mi preparano per la sera, alle 19,30 mi feci trovare davanti al Mazzone il Maestro uscì insieme alla moglie Olga a cui mi presentò e con il taxi ci avviammo al Supercinema, avevo un posto in prima fila a me riservato e prima della esibizione mi portò nei camerini, presentandomi a Emma Danieli presentatrice del Festival, mi presentò
ai vari Direttori di orchestra, enumerandomi anche i migliori pezzi del
loro repertorio, alla fine della manifestazione fui invitato sul palco da lui dopo che aveva mirabilmente diretto “ Un Americano a Parigi “ disse che ero un bambino che amavo la buona musica e che per questo ero meritevole di stima. Al ritorno a casa mi propose di andare con lui e sua moglie a Milano per studiare musica , ma io ero profondamente legato alla mia famiglia ed ai miei genitori e non ho voluto seguirlo ci salutammo con un abbraccio e con un bacio e con la sua raccomandazione di continuare a seguire la buona musica, cosa che ho fedelmente fatto.
Intanto avevo concluso la scuola media della quale non conservo un buon ricordo ed in ossequio ad un proverbio cinese che dice “ Quando
di una cosa se ne deve dire male è meglio tacere! “ per cui su questo periodo preferisco tacere.
Mi iscrissi all’Istituto Minerario” Sebastiano Mottura” nel 1960 e ricordo che tutti mi dicevano che era la scuola più dura che vi fosse
allora a Caltanissetta; ne esistevano in tutta Italia altri tre uno ad Agordo nel Veneto, uno a Massa Marittima in Toscana, ed uno a Sassari in Sardegna, ricordo che facevamo otto ore di scuola al giorno
Il biennio si frequentava, nelle ore antimeridiane, nella Palazzina “Fiocchi” e nelle ore pomeridiane in via Berengario Gaetani ,
dopo le ore di lezione facevo una breve passeggiata per prendere un po’ d’aria e poi mia madre mi faceva cenare , quindi iniziavo a studiare e questo si protraeva sino alle ore notturne.
Al quarto anno siamo stati invitati a fare un tirocinio dislocati in varie
Miniere, a me toccò la miniera di Zolfo” Saponaro “, dal primo
Agosto 1964 al 14 Agosto 1964, dovevamo svolgere una tesi sulla miniera completa di tutti i disegni di coltivazione e questa sarebbe stata oggetto di discussione nell’esame di Stato. Partivo con l’autobus dei minatori da Piazza Garibaldi alle 6,00 alle 7,00 eravamo in miniera, scendevamo in sotterraneo a 600 metri di profondità con un
piano inclinato e risalivo alle 15,00 pranzavo e facevo ritorno a casa alle 16,00.
E’ stata una ottima scuola che mi ha preparato, attraverso l’ottimo corpo docente che in essa militava, alla vita dandomi una mentalità analitica e formandomi così come tutti gli altri miei colleghi in maniera completa.
In caserma avevo come amici due carabinieri motociclisti a cui ho fatto gratuitamente la preparazione per il conseguimento della licenza media, per potere partecipare al concorso per sottufficiali; ambedue hanno conseguito la licenza media ed uno dei due ha vinto il concorso ed oggi è maresciallo.
Dopo il diploma conseguito nel 1965 ho lavorato fino al 2005 e di tanto in tanto ho ripensato ai tempi trascorsi, mi mancano le figure dei vecchi con lo scapolare seduti sulla strada a prendere il sole ed a fumare la pipa; mi mancano le voci delle mamme che chiamano i loro figli a casa, mi mancano i rapporti umani che esistevano e che sono stati uccisi dai grandi palazzi e dalle liti condominiali, mi manca il respiro delle feste ( come diceva Marcello Marchesi : Ieri Natale era nei cuori oggi è tutto fuori!) e le famiglie che testimoniavano la speranza e la fede in Dio; mi mancano i miei genitori ed il loro affetto sempre pronto a soccorrerti, mi mancano gli amici disinteressati di una volta con i quali ci si divideva anche il respiro, mi mancano le speranze della vita che ti avvolgevano come calde coltri donandoti il tepore dell’attesa ed il sapore del tempo che, anche se passava, era profondamente vissuto.
A volte mi sento come una zattera disabitata sbattuta dalle onde del mare, ed il naufrago è rimasto ancora in via Spennato coi vecchi compagni e coi vecchi vicini che ,nel suo cuore, continuano a rimanere giovani ed attende sempre la voce della mamma che chiama dicendo:
“ Vittorio è ora di tornare a casa! “
A MIA MADRE
La tua foto color seppia, antica sbiadita
che stringo con affetto tra le mie dita.
Il ricordo della tua voce nel fondo del cuore,
mi sistemavi il fiocco e mi dicevi “attento amore!”
La sera china a lavorar con il filo e l’ago,
ricucivi tutti gli strappi come un mago!
Ci hai insegnato il sacro timore del Signore,
l’amore per la famiglia con tutto il cuore.
Mai nel ricordo si estinguerà questa fiamma
e a te dico con amore : “ Grazie Mamma ! “
Vittorio Luciano Banda
Via Enrico De Nicola 17
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