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Villa rocchi de caro - di Raven McBright

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/03/2007 alle ore 18:21:28

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Eccomi qui. Come trent’anni fa’ davanti allo stesso cancello. Se mi guardo attorno sono pochissime le cose riconoscibili, il paesaggio e’ cambiato. Una striscia grigiastra, che riflette la pallida luce del sole taglia in due la vallata, deturpando col suo insulso colore l’armonia dei primi giorni di primavera. Meglio non pensarci. Mi volto di nuovo verso quel vecchio cancello mezzo divorato dalla ruggine, nell’infantile sforzo di riavvolgere il nastro del tempo lo sfioro delicatamente con le dita. Delicatamente, con rispetto, come si fa’ per le cose preziose. A chi arrivasse ora, questo posto non direbbe nulla. Un alto muro di cinta interrotto da questo vecchio cancello a guardia di un qualcosa che ormai non esiste piu’ se non nei miei ricordi e in quelli di qualche vecchio del paese. Eppure un tempo questo posto aveva un fascino tutto suo e risplendeva di una bellezza abbagliante. Ma era un altro tempo, e, forse, un’altra vita. Il pesante mazzo di chiavi nella tasca dei pantaloni mi ricorda il motivo della mia presenza. Dovrei prendere la chiave del lucchetto e aprirlo. Con disappunto scopro che la serratura non c’e’ piu’. E’ stata sostituita da una pesante catena, un ultimo oltraggio al passato. Mi fa quasi rabbia se penso a quanta gente del paese, e non solo, attendesse con ansia che quel cancello si aprisse su una nuova opportunità, favore o lavoro che fosse per cambiargli la vita. Senza pensarci troppo me ne discosto, prendo una bella rincorsa e salto, lo slancio non e’ proprio felino, mi dico mentre fallisco l’aggancio. Il rimbombo e’ sempre uguale ma il custode stavolta non esce. Riprovo con piu’ convinzione. Finalmente riesco ad aggrapparmi ad uno degli spuntoni dell’inferriata. Sono forte adesso, per qualche secondo mi dimentico tutto, mi guardo dietro aspettandomi di trovare tutta la banda al completo che mi incita mentre mi arrampico. La mia mole eccessiva mi costringe ad una scomoda posizione in bilico tra gli spuntoni, ma vuoi mettere la soddisfazione? Guardo la casa, bella e maestosa come la ricordavo, anche se molto trascurata; gli infissi cadono a pezzi. Un ultimo sguardo dalla parte della strada, la mia banda non c’e’ piu’ e io mi sento ridicolo appollaiato su un cancello come un ladro. Buffo. Trent’anni fa sarei stato solo il solito discolo che sta fa’ qualcosa che non dovrebbe, mentre oggi, nella stessa posizione, potrei essere arrestato per intrusione. Tre metri sono sempre tre metri. Concettina, che oggi lavora al supermercato vicino alla statale non e’ piu’ qui a sostenermi col suo sguardo; non mi lascio cadere nel vuoto, istinto di conservazione e paura di una figuraccia, lentamente scivolo giu’ per tutta la mia lunghezza, il cancello mi sostiene, imperturbabile guardiano della casa, salto giu’ atterrando sulla ghiaia mentre i ricordi riaffiorano limpidi e numerosi. Ci sono cose, fatti, persone, che ci accompagnano per tutta la vita; rimangono impresse per sempre nella nostra mente perche’ hanno segnato una svolta, un cambiamento radicale. Anche se non sono vecchio, conservo gia’ delle cose, e ricordo con affetto persone che ora non ci sono piu. Quanto ai fatti, posso tranquillamente affermare che il primo grande cambiamento nella mia vita, fu determinato da questo cancello.
La nostra curiosità di bambini impertinenti in un mondo che non era ancora cosi’ complicato come adesso, ci imponeva di fare qualcosa. E quel qualcosa fu scoprire cosa si celasse dietro il cancello di Villa Rocchi de Caro. Discutevamo giorni interi sul modo di entrare o su come scavalcare l’alto muro di cinta immaginando chissà quali meraviglie potessero celarvisi provando a farci le scalette con le mani per catapultandoci verso l’alto... Ma eravamo tutti troppo piccoli per proseguire l’arrampicata, cosi’ decidemmo che ci volevano tre di noi scelti tra i piu’ e un quarto agile abbastanza da salire sopra di noi per scavalcare. Alla fine furono stabiliti i ruoli. Sergio, un ragazzino cicciottello, sarebbe stato il primo della colonna. Matteo, che in realtà si chiamava Mattia come il nonno, ma si era cambiato nome perche’ non gli piaceva, sarebbe stato il secondo. Poi c’era Guido, emigrato con tutta la famiglia in Svizzera che, come me tornava qui in estate, sarebbe stato l’ultimo da questa parte del muro. Infine c’ero io, il piu’ piccolo, che con la sua agilità poteva arrampicarsi sopra di loro e scavalcare. Il piano originale prevedeva che una volta dall’altra parte avessi aperto il grosso cancello ai miei compagni d’avventura cosi’ che tutti insieme saremmo andati all’esplorazione della villa della Contessa. Ovviamente tutto questo doveva accadere mentre la villa era deserta. Seguirono giorni di appostamenti e di liti col custode, un uomo grosso, e, nel nostro immaginario molto cattivo quasi al limite della perfidia, che faceva di tutto per non farci giocare a palla nel piccolo piazzale davanti al cancello. C’e’ da dire che noi avevamo un pallone, regalatomi da mia nonna, col quale giocavamo li’ in strada. Facevamo le squadre : tre contro tre piu’ un unico portiere. Pasqualino. Un bambino magrissimo che diceva a tutti Da grande avrebbe faro’ il portiere nella Juventus in effetti una qualità ce l’aveva, si tuffava su tutti i tiri che gli facevamo proprio come un vero portiere di calcio, sbucciandosi sempre gomiti e ginocchia piu’ degli altri. Non ne prendeva mai uno e la palla finiva inevitabilmente nella rete immaginaria costituita dal grosso cancello che rimbombando nella quiete del posto, verso il dodicesimo gol finiva per aprirsi sui segreti della villa e le urla del custode. Fu proprio durante una di queste interruzioni che scappando dimenticammo li’ il pallone che ci venne sequestrato, e che in seguito a cio’, non avendone un altro con cui giocare, decidemmo per l’avventura estrema. Salito in cima alla colonna umana mi aggrappai alla piccola inferriata protetta dagli spuntoni, dopo qualche secondo riuscii a scavalcarla. Ricordo che per la nostra intrusione avevamo scelto un punto abbastanza lontano dal cancello, in modo che nessuno nelle case li’ vicino potesse vederci. La cosa che non avevamo considerato era che oltre l’inferriata bisognava ridiscendere il muro. Quando vidi da che altezza stavo per buttarmi ebbi un ripensamento, lo riferii agli altri che stavano in trepidante attesa sotto di me, ma quando il mio sguardo incrocio’ quello di Concettina, la piu’ splendida bambina che avessi mai conosciuto, dovendo scegliere tra una probabile frattura alle gambe e il disonore di aver rinunciato davanti a lei, scelsi la prima opzione. Mi feci coraggio, chiusi gli occhi e mi lasciai cadere in avanti. Fui fortunato perche’ cadendo afferrai il ramo del grosso sambuco che cresceva accanto al muro; con un crepitio di fibre che cedevano rallentandomi la corsa, mi ritrovai dolorante, col sedere per terra vicino all’albero. Ero dentro. Nonostante l’euforia mi doleva molto il fondoschiena, raccolsi le forze e mi diressi verso il cancello. La seconda cosa che avevo trascurato erano i cani da guardia del custode. La terza era che correvano piu’ di me. Improvvisamente passo’ ogni dolore, iniziai a correre piu’ veloce che potevo, per fortuna avevo un piccolo vantaggio su di loro che mi consenti’ di arrivare al cancello purtroppo chiuso a chiave, e che la chiave ce l’aveva il custode. Inizia ad urlare ai miei compagni di aiutarmi, dall’altra parte mi giungevano i consigli piu’ disparati Affronta i cani con un bastone! oppure Rifugiati sull’albero! Tutte idee inattuabili. Disperato riuscii ad issarmi sopra il tirante del cancello, i cani erano li’ sotto e continuavano ad abbaiare; mi trovavo in un gran casino, continuavo a chiedere aiuto alla banda senza risultati concreti. D’improvviso la peggiore cosa che mi potesse capitare : Luciano aveva avvistato l’auto della Contessa. Ero finito. Non capivo piu’ niente. Fu Concettina a venirmi in aiuto Arrampicati sul cancello! grido’. Non avevo scelta. Era un’idea folle ma praticabile; e mentre tutta la banda faceva il tifo per me iniziai una scalata quasi impossibile perche’ il cancello non aveva inferriate se non nella parte finale. Il resto era tutto una lastra di ferro ripieno che impediva la visuale dall’esterno. Fu un bene che non vedessi cosa stava accadendo altrimenti nella fretta sarei caduto; i cani continuavano ad abbaiare reclamando la loro preda; ancora oggi non riesco mai a mettere a fuoco tutti i particolari. So’ solo che quando ero in cima e mi apprestavo a saltare dal cancello, percepii il distacco delle due parti e mi venne a mancare l’appoggio. Stavo cadendo, ma sono sicuro di non aver avuto paura provando piuttosto una sensazione di stupore come se non credessi che tutto cio’ stesse accadendo proprio a me. Poi qualcuno attuti’ il mio atterraggio e finimmo a terra insieme. La prima cosa che vidi quando mi ripresi fu la faccia terrorizzata del custode. Tentai una fuga disperata ma il per il disorientamento andai a sbattere contro le gambe di qualcuno. Scivolando mi aggrappai a dei pantaloni e quando alzai la testa vidi il volto sorridente di una donna, severa e rasserenata al tempo stesso; ancora oggi se dovessi descrivere cosa vuol dire la parola mamma descriverei quello sguardo cosi’ intenso e pieno d’affetto. Le fui grato di avermi salvato dai rimproveri del custode e da quelli degli uomini accorsi in seguito al trambusto. La Contessa mi riaccompagnò dalla nonna, la quale profondendosi in mille scuse promise una punizione esemplare; eseguita in seguito inesorabilmente.
La Contessa Rocchi de Caro rimase sempre nel mio cuore perche’ fu grazie a lei che quel cancello si apri’ a me e gli altri della banda, cosi’, come poi ci spiego’, che tutti noi avremmo potuto vedere il tesoro che nascondeva : una bellissima rinascimentale e un immenso parco, con una serra che conteneva piu’ di duecento specie diverse di piante tropicali. Fu allora che decisi che un giorno anch’io avrei avuto una casa cosi’. Il mio incontro con la Contessa non duro’ quella sola estate, ma negli anni a seguire, che segnarono la mia adolescenza, continuai a frequentare Villa de Caro, e tra una versione di greco e una lezione di storia dell’arte, prese forma l’uomo che oggi sono. Poi, nell’estate del mio diciottesimo compleanno quel cancello non si apri’. Remo ormai vecchio custode di quel posto mi disse con le lacrime agli occhi che la Contessa si era spenta nella sua residenza invernale a Pescara. Fu uno dei giorni piu’ tristi della mia vita. Pochi giorni prima anche mia nonna era venuta a mancare.
Faccio appena in tempo a guardarmi attorno che il rumore di un motore diesel mi riporta alla realtà, sento gli operai scendere e cerco velocemente le chiavi del cancello. Riesco ad aprire prima che suonino. La faccia sorridente di Pasqualino e’ la prima cosa che vedo mentre spalanco il cancello, non e’ mai andato a giocare nella Juventus, ma e’ un bravo capomastro. La persona giusta per ridare nuova vita a questo pezzo della mia infanzia Lo sapevo che alla fine l’avresti comprata! mi dice abbracciandomi con evidente soddisfazione; non so cosa rispondere, lo abbraccio e ci incamminiamo verso la casa Hai saputo di Guido? Mi chiede con sofferenza, sa gia’ la risposta ma a volte l’ovvietà e’ un modo per sentirsi ancora parte di qualcosa Si’ gli rispondo spalancando il portone di Villa de Caro.