Stazione termini - di Raven McBright
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/03/2007 alle ore 18:22:57
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Rumore, forse suoni, incessanti e ritmici come se tutto obbedisse ad un invisibile direttore d’orchestra che si sforza di mandare tutti a tempo. Alzo la testa e la volta mi appare lontana. Piccola, forse troppo. Sono a casa mi dico, non c’e’ posto migliore al mondo che Casa. Lo speaker annuncia che il treno per Lione e’ in partenza sul binario tre Cpto le parole e subito commento infastidito Chi se ne frega! guardandomi attorno. Si dice che tutte le stazioni, in tutto il mondo siano più o meno uguali, ma per me che non viaggio spesso in treno, ogni volta che rivedo Termini tutto assume un sapore diverso. Magari nei dettagli, nelle parti sostanziali come le uscite verso i capolinea degli autobus che non azzecco mai nella direzione giusta. Forse simile alla volta precedente ma mai uguale. Un po’ come una vecchia signora che ogni anno, nonostante il trucco e la mano del chirurgo, concede sempre qualche nuovo difetto al tempo che passa ma non per questo divenendo meno affascinante. Amo Termini, mi piace la sensazione che associo quando ci ritorno. Un tizio si avvicina e mi chiede una sigaretta Non fumo rispondo. E’ un extracomunitario dai tratti marcati e la pelle scura si direbbe un africano, non sembra un malintenzionato, ma quando nota il pacchetto di sigarette che spunta dal taschino della camicia cambia espressione, sussurrando qualcosa nella sua lingua, non capisco ma comprendo essere un insulto. Sorrido. Come spiegargli che sono tre anni che non fumo più e che quel pacchetto e’ una specie di amuleto contro la tentazione di ricominciare. Tre anni. Il tempo passa e tu non sei più tornata. Mi guardo ancora attorno. Non ho fretta. Non c’e’ nessuno ad aspettarmi e questo e’ un altro di quei momenti che mi assalgono quando ritorno. Il momento della malinconia. Una coppia asiatica, forse cinesi, mi guarda con insistenza. Penso che vogliano chiedermi qualche informazione anche se non sembrano turisti. Non hanno bagagli. La donna mi sorride sotto lo sguardo attento e severo del suo accompagnatore Vuoi scopare Signore? mi chiede a bruciapelo; li guardo attonito temendo di aver capito male, ma la ragazza sempre con la sua graziosa vocina insiste Venti euro signore e ti concedo il mio paradiso! Imbarazzato dall’offerta declino cortesemente non mi pare il momento di pensare a certe cose. Sono appena tornato e cerco solo di godere in pace il mio momento di malinconia dal quale so che passero’ poi a quello dell’autocommiserazione. Improvvisamente sento urgente il bisogno di uscire di li’. Tutto intorno nessuno pare preoccuparsi di quanto mi sta accadendo e in fondo Perché dovrebbe?. La ragazza mi afferra il braccio dove tengo ripiegata la giacca Venti euro! ripete Solo venti euro signore! Che ti costa! mentre mi parla mi attira a se’. Il suo profumo troppo dolce si insinua nelle mie narici volendo essere sensuale ma ha sbagliato completamente visto che quell’odore mi provoca un principio di nausea che quasi trattengo a stento. Me la scrollo di dosso e minaccio di chiamare la Polizia mentre la ragazza dice qualcosa all’uomo che mi lancia un’altra occhiataccia prima di scomparire con lei nella folla. Li osservo allontanarsi, penso che lei abbia avere più di vent’anni... Cazzo! Potrebbe essere mia figlia! per qualche istante sono tentato di chiamarla lo stesso la Polizia, ma poi mi rendo conto che sarebbe inutile. Se non altro quel piccolo intermezzo e’ servito a farmi superare il momento malinconico. Non che non pensi più a te, ma adesso il bisogno di fumare s’e’ fatto pressante e diventa una priorità nella mia testa. Fermo in mezzo al corridoio centrale cerco l’uscita più vicina. E’ a circa una ventina di metri da me, sto fermo li’ e aspetto, lo faccio spesso quando sento che l’ispirazione sta per arrivare. Osservarvo intanto la gente i loro volti, le loro espressioni: una famiglia americana, padre, madre e tre bambini cerca affannosamente di raggiungere il proprio binario, l’uomo non si direbbe proprio uno smilzo, in barba al salutismo nazionale ha un paio di borse a tracolla e si trascina dietro due valige con le rotelle. la donna appare decisamente più in forma ed energica di lui e si trascina un altro paio di valige piu’ piccole. I bambini corrono avanti e indietro chiedendo in continuazione alla madre da che parte debbano andare e a giudicare dalle loro espressioni felici sembra che si divertano molto. Scommetto con me stesso che alla fine la donna arriverà prima dell’uomo. Li seguo con lo sguardo mentre fendono la folla che avanza in direzione opposta. Sorrido compiaciuto per poi guardarmi di nuovo attorno. Una comitiva di ragazzi che parla con accento del nord sta cercando il binario giusto. Tornano a casa dopo una vacanza nella Città Eterna; anche loro sembrano divertirsi molto. Un tizio in giacca e cravatta, impeccabile nel suo abito scuro, mi urta con la sua ventiquattrore passandomi accanto. Con una punta d’ira noto che non s’e’ nemmeno scusato. Stronzo! Mi decido. Lentamente riprendo a camminare verso l’uscita, ho un senso di tristezza che mi accompagna. Non e’ il fatto che quando uscirò da qui non ti troverò, ma e’ qualcosa di molto più profondo e personale. Non ho trovato l’ispirazione. Questo e’ il vero male. Sono tre anni che non la trovo più. Lo squillo del cellulare mi costringe a fermarmi di nuovo Che palle! impreco ad alta voce sfilandolo dalla tasca della giacca il ritardo dell’interrompere la suoneria provoca attimi di panico accanto a me. E’ buffo notare come queste cazzate tecnologiche mettano in allarme almeno dieci persone accanto a me che al solo rumore istintivamente consultano il proprio telefono per controllare se non sia il loro. Se da un lato la cosa mi fa ridere, quando guardo il display mi incazzo ancora di più. Indugio un attimo prima di rimettere a posto il telefono. Il mio agente può aspettare. Sento che la vescica sta per esplodere e nonostante non abbia un gran bagaglio, una sola valigia, non penso di usufruire dei bagni pubblici, perciò mi decido ad accelerare il passo. Un treno deve essere appena arrivato, infatti dalla mia destra una mandria di viaggiatori si riversa lungo il corridoio in ordine sparso, qualcuno mi urta e si scusa, un bambino mi scambia per suo padre prima che il genitore se ne accorga e reclami la sua prole, vorrei fermarmi ma e’ impossibile e allora decido di fare come i marinai nella tempesta. Cerco un riparo. Il negozio di articoli da regalo e’ dall’altra parte del corridoio. Mi sembra facile raggiungerlo mentre provo a camminare lateralmente rispetto alla corrente. Ben presto mi accorgo che la mia valigia e’ un handicap troppo oneroso. Per fortuna non sono in una situazione cosi’ grave cosi’ decido di assecondare il flusso. E’ sorprendente cosa possa fare una folla in piena; tra profumi di acqua di colonia e di sudore odori di un fiume di vita che passa, mi ritrovo quasi d’incanto davanti all’uscita. Stavolta mi fermo E ’fanculo il mondo aspetto finché mi va. Con calma apro il pacchetto di sigarette, getto la carta dell’involucro nel cestino proprio accanto alle porte scorrevoli e guardo fuori; dal sole che picchia sull’asfalto giudico che ci saranno almeno quaranta gradi di afa e umidità che ti si appiccica addosso. Sbuffo fuori il fumo Fa’ male mi dico E chi se frega! mi rispondo. La colonna dei taxi in attesa e’ una lunga scia colorata che attende un cenno alla mia destra. Penso che questo sia un piccolo lusso al quale non intendo rinunciare. Guardo la sigaretta, la brace rossa e ardente alimentata dalla corrente d’aria creata dai potenti condizionatori Tre anni buttati nel cesso! commento. Vorrei spegnerla ma poi ci ripenso e prendo la mia valigia, faccio un passo avanti, le porte in plexiglass si schiudono e una spaventosa ondata di calore mi invade il corpo. E’ bello essere di nuovo a casa.
Raven McBright
