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Piccoli fuochi - di Paolo Cillo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/02/2009 alle ore 14:26:07

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Era una notte buia e tempestosa. Sembra un modo di dire ma in realtà non lo è. Era davvero oscura quella notte. Piena di forze maligne, avverse. Quelle forze che, voglia o no, ti spingono a fare ciò di cui sai di doverti pentire.
Me lo sono sempre chiesto. Cosa passa nella mente di un ragazzo quando decide che è quello il momento giusto, il momento di compiere un atto. Non un gesto qualsiasi intendiamoci, ma un vero e proprio atto. Il primo e vero atto che pensi ti farà sentire grande.
Fu mia madre la prima a raccontarmi l’episodio. Fu lei la prima a non crederci. Fu lei la più contenta nel sapere che io non c’entravo nulla.
Si perché fosse capitato un anno prima, non avessi cambiato amicizie, con ogni probabilità, sarei anch’io stato là. Sarai andato con loro e non avrei avuto nessuna perplessità, ripensamento o indecisione. L’insicurezza, l’incapacità e l’immaturità avrebbero avuto certamente la meglio su di me. Mi avrebbero condotto là dove è difficile tornare indietro.
La sorte però giocò le sue carte a mio favore, in mia difesa. Non fui con loro quella notte. Era trascorso ancora troppo poco tempo dall’allontanamento, ma già assaporavo dentro di me la dolce sensazione che si prova quando non sei tu la parte in causa, quando non sei tu ad essere sotto accusa, quando non sei tu ad essere preso di mira. Ti accorgi di cosa voglia dire commentare un accadimento dall’esterno, dal di fuori.
Presi dall’illusione di poter risolvere tutto con un sol gesto. Sentendosi con le spalle al muro, senza via d’uscita. È in quel momento che un uomo diventa davvero pericoloso; quando capisce che non c’è più nulla da fare. Che resta solo un’ultima drastica soluzione.
Queste sensazioni accompagnarono i miei pensieri mentre venivo informato che un gruppo di ragazzi era entrato di notte nella scuola ed aveva prelevato, dagli armadi della presidenza, i registri scolastici dandoli poi alle fiamme. Pensavano forse di cancellare così il loro scarso rendimento scolastico.
Furono tutti presi e denunciati. Scontarono una pena non detentiva ne pecuniaria ma che prevedeva l’espulsione e l’esclusione da tutte le scuole pubbliche. Furono, in sostanza, interdetti da tutti gli istituti scolastici e gli fu preclusa la possibilità di terminare l’istruzione pubblica obbligatoria.
Sui principi certo non stimo qui a sindacare. Certamente si doveva trattare di una punizione esemplare, e almeno sulla carta, lo era davvero.
Che guaio pensai. Per loro e per le loro famiglie. Fu messa in discussione la possibilità stessa di entrare in società, intraprendere una qualsiasi professione o semplicemente un lavoro. Questo almeno sulla carta. In realtà le cose andarono in maniera differente.
Quando seppi il fattaccio che avevano combinato quasi non mi sorpresi.
“Meno male come è andata.” Fu il commento di mia madre.
Ne ero cosciente. Mi era andata davvero bene.
Sono sempre stato un tipo così io. Uno che se la cavava per il rotto della cuffia. Uno che arrivava fino al limite consentito prima di fermarsi. Uno dell’ultimo minuto insomma.
“Quando li fai i compiti?” mi domandava spesso.
“Dopo” gli rispondevo sempre.
“Dopo cosa? Prima si finiscono i compiti” ripeteva spesso “e poi viene tutto il resto.”
Quante volte credo di aver sentito frasi simili dalle bocche degli adulti. Mi sono sempre
domandato se, ai loro tempi, ascoltavano quelle stesse raccomandazioni che impartivano a noi.
Io facevo sempre l’opposto di quello che mi veniva raccomandato. Volevo sempre fare di testa mia. Altrimenti, pensavo, non si impara nulla. È solo sbagliando che si impara qualcosa. E si impara davvero quando non si commettono più gli stessi errori.