La sega - di Paolo Cillo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 29/10/2009 alle ore 09:41:59
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Dunque… vediamo un po’. Domani è… se oggi è dodici domani tredici che turno fa. Terzo. La notte! Forse si può fare ugualmente… anche se è un po’ rischioso. Di solito quando arriva, la mattina presto, si mette a letto. Torna sempre stanco.
Bhe… io, intanto, studio almeno un po’. Tanto per non correre rischi. Se poi non ci riesco allora…
Non riuscivo a concentrarmi. Continuavo ad alzarmi dalla sedia. Non riuscivo a stare fermo. La stanza mi appariva, d’un tratto, piccola, stretta, non adatta a me.
Dal corridoio lo squillo del telefono.
“Pronto!”
“Chi sei”
“C’è Paolo?”
“Si! Ora te lo chiamo! Paolo!”
“Arrivo!”
“Pronto… chi è?”
“Michele… che c’è dimmi?”
“Hai fatto la versione di latino?” Mi chiese curioso.
“No… ancora no.”
“E gli esercizi di matematica?”
“No… neppure quelli… li farò più tardi.”
“Si certo… più tardi. Vedi che sono difficili. Io ci ho provato e non ci sono riuscito a farli…”
“E da me cosa vuoi?”
“Io domani a scuola non vado. Se quello mi interroga è finita. Vuoi venire con me?”
“Non lo so… dove andiamo?”
“Andiamo fuori paese. Ci sono i pullman che partono la mattina. Ne prendiamo uno e partiamo… ti và?”
Sapevo che non era la cosa giusta da fare, ma il pensiero di un giorno di festa era più forte. Misi giù il telefono. Me ne tornai in camera. Provai a leggere qualche riga.
Il tempo trascorreva lento, ma inesorabile. Chinai ancora una volta la testa sul libro. Ero combattuto. Non sapevo cosa fare.
Il giorno dopo, lungo la via che, in discesa, corre verso la scuola, le macchine sfrecciavano al mio fianco. Sentivo lo zaino pesante. I passi si facevo lenti. Mi affiancò Michele.
“Allora hai preso la tua decisione?
“Non lo so… mio padre é a casa stamattina. È tornato dalla notte…”
“Meglio! Sarà così stanco che si coricherà…”
“Non sempre si corica la mattina dopo aver fatto il turno di notte… dipende dalle volte.”
Mi lasciai convincere. Senza rendermene conto mi ritrovai sull’autobus, seduto accanto al finestrino.
Michele era sereno, tranquillo. Nessun ripensamento sembrava sfiorarlo. Io invece cominciavano ad avere i sensi di colpa. Non riuscivo a godermi, come lui, quella inaspettata vacanza.
Guardavo fuori. La giornata era bellissima. La natura si perdeva a vista d’occhio. Notai quante cose si potevano osservare fuori delle aule scolastiche.
Mi voltai per un attimo. Vidi Michele che armeggiava all’interno dello zaino. Non capivo perché era sempre stracolmo di libri, quaderni e chissà cos’altro.
Giungemmo rapidamente in città. Mi guardai intorno. Mi soffermavo sui volti. Speravo di non riconoscerne nessuno. Di non essere riconosciuto da nessuno.
“Mangiamoci qualcosa” disse “vieni… lì c’è una rosticceria.?
Mi chiesi come potesse pensare al cibo. In questo momento poi. Io non riuscivo a pensare a niente. Ero preoccupato. Temevo di essere scoperto. Camminavo con la testa in giù, furtivo.
“Non vuoi niente?” Mi chiese
“No, niente grazie!”
“Io mi prendo un panino e poi andiamo al parco.”
“Ma quanti sono?” Esclamai “Hanno tutti marinato la scuola?” Mi sorpresi nel vederli. Cominciai a sentirmi parte di un mondo. Condividevamo tutti la medesima sorte. Non eravamo gli unici due che quel giorno avevano deciso di marinare la scuola. Pensai anche che alcuni di loro erano dei veterani. Provai ad immaginarmi le loro famiglie. Mi domandavo se per loro fosse così facile marinare la scuola. Li vedevo sorridenti, scherzosi, privi di qualsiasi preoccupazione. Ero nuovo a quel tipo di esperienza. Dubbioso all’idea di poterla rivivere. Decisi di godermela.
Mi fermai ad osservare Michele. Dava dei morsi decisi al suo panino. Era davvero affamato.
“Avevi fame sul serio?”
“Mi ci voleva proprio.”
Per giungere al parco dovevamo superare degli enormi scaloni malconci. C’era del muschio sulla superficie e si scivolava. Temevo di cadere.
Zaini, giacche e felpe erano ammucchiati ai lati del campo.
“Anche voi festa oggi?”
Ci disse uno di quelli seduti sul bordo del campo da gioco. Guardava distrattamente la partita. Era più propenso a reggere le redini della conversazione che del gioco. Aveva da dire qualcosa su ognuno di noi. Dal modo di camminare, alla maniera di vestire. Eravamo sotto osservazione e anche io. Soprattutto perché non mi conosceva.
Dal campo si levò una voce.
“Chi di voi vuole entrare?”
“Io!” Esclamai. “Entro io”
Dopo tutto eravamo andati lì per divertirci mica per starcene a guardare.
La partita riprese. Fin dalle prime battute mi accorsi che erano bravi. Ci sapevano fare. Erano veloci e precisi. Quella doveva certamente essere l’ennesima volta che si incontravano su di un campo da gioco. Mi sentivo inferiore. Non volevo però darla a vedere. Mi impegnai molto. Restavo arretrato anche quando la mia squadra attaccava. Evitavo di spingermi troppo avanti. Pronto a rispondere ad un loro possibile contropiede.
Avevo già il fiatone. Cominciai a sentire caldo. Sudavo. Mi accorsi di essere solo nelle retrovie. Un passaggio azzeccato mi superò. Non feci in tempo a fermarlo. Un tiro scagliato dalla media distanza si insaccò al lato destro del portiere. A quel punto cambiammo schema di gioco. Chiesi di essere affiancato di difesa. Da solo non potevo certo farcela. Ora le cose andavano meglio. In due riuscivamo a gestire meglio la linea difensiva.
Quando la partita terminò ero convinto di ritrovare Michele per decidere insieme come trascorrere il resto della giornata. Provai ad intercettarlo con lo sguardo. Guardai bene sia a destra che a sinistra. Niente. Era sparito.
Mi rivolsi ad un ragazzo che lì, seduto sulla panchina.
“Hai visto il mio amico?” Gli chiesi. “Sai dov’ è andato?”
“L’ho visto allontanarsi da quella parte… non so dove andava…” Mi indicò con la mano.
Lungo la strada mi venne incontro un ragazzo. Lo riconobbi.
“Sto cercando il mio amico” Gli dissi “l’hai visto?”
“Si. L’ho lasciato nella sala giochi.”
“Da che parte si trova?”
“È facile. Esci dal parco e attraversa la strada… vai sempre dritto. Ad un certo punto troverai una piazza. Sulla destra trovi la sala giochi.”
“Grazie!”
Mi innervosii molto. Era una persona davvero inaffidabile. Se n’era andato senza dirmi nulla e senza pensarci un attimo. Mi ripromisi di dirglielo non appena l’avessi visto.
Procedevo velocemente. Avevo fretta di arrivare. Temevo di perderlo ancora.
Che traffico che c’è borbottai. Possibile che non si ferma nessuno.
Scesi dal marciapiedi Attraversai imprudentemente la strada. Senza guardare.
Un’auto, che proprio non avevo visto sopraggiunse di fronte. Si fermò vicino. Frenò bruscamente. Mi evitò davvero per poco. Anche lui pensai doveva avere una gran fretta.
“Ma non ci vedi?” Urlai. “Stavi per mettermi sotto…”
Alzai lo sguardo. Incrociai il suo. Non riuscivo a crederci.
“Mamma mia! Papà!”
