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I ricordi - di Paolo Cillo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/07/2009 alle ore 18:22:36

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Che cosa grande sono i ricordi. Credo non se ne possa fare a meno. Non si può vivere senza. Ricordo un famoso film di Ridley Scott: Blade Runner in cui umani e replicanti si dividevano il mondo, lo popolavano. Erano identici nella forma ma differenti nella sostanza. Differivano non solo per le componenti chimiche e biologiche, ma per i pensieri, i sentimenti.
I replicanti non avevano storia. Non potevano quindi ricordare.
Molti anni fa. Quando ancora ero piccolo. Quando ancora non conoscevo nulla del mondo. Quando non avevo esperienza. Quando ascoltavo le cose che mi venivano dette credendole vere.
A casa non mi dicevano nulla. Ricordo che mio padre quasi non mi ci voleva neppure mandare. Io invece non vedevo l’ora. Era una novità per me e per questo non stavo più nella pelle. Per mio padre invece era una cosa normale. Per lui era un obbligo.
“Mi raccomando!” Mi diceva “Non farti male. Stai attento a dove vai. A dove metti i piedi. E non allontanarti dagli altri.
Io ascoltavo ma, sapevo che una volta arrivato a destinazione avrei fatto di testa mia.
Pensavo a quando sarebbe arrivato il momento. Quello tanto atteso. La mia prima vendemmia. Mio nonno aveva un piccolo vigneto poco fuori dal paese. Ci ero stato poche volte e per poco tempo. Non mi ci ero mai fermato tanto. Quel giorno, invece, ci sarei rimasto per tutta la giornata. Quante cose avrei visto. Quante altre ne avrei fatte.
Ci incontrammo con gli altri alla cantina. Da lì saremmo partiti tutti assieme. Mi accompagnò mio padre. C’erano quasi tutti. La giornata era bellissima. C’era uno splendido sole e faceva caldo. Nonostante ci fossero due auto e i posti non mancavano, mio cugino volle prendere il motorino.
“So come si guida” ripeteva “l’ho già portato altre volte!”
“Ti potresti fare male!” Gli intimarono “sei ancora troppo piccolo!”
Giunti al vigneto mio nonno ci diede indicazioni su come disporci lungo le fila.
A me, per il momento, toccò di trasportare i cesti pieni d’uva.
Ciò che da principio mi era parso divertente divenne presto noioso e ripetitivo. Ad un certo punto mi venne il desiderio di cambiare mansione. D’altro canto, non ero mica andato lì per trasportare cesti pieni d’uva. Volevo divertirmi. Volevo giocare. Volevo fare tutto ciò che fino a quel momento non avevo fatto. Immaginai di provare a raccogliere i grappoli d’uva, di tagliarli direttamente dal ceppo e riporli nel cesto. Per poterlo fare avevo bisogno delle forbici. Le avevo intraviste tra le mani della zia. Erano diverse da quelle consuete. Erano più grandi e pesanti. Sembravano delle tronchesi. Era la prima volta che le vedevo. Mi avvicinai alla zia.
“Mi fai provare?”le domandai.
“A fare cosa”? Rispose
“Voglio tagliare i grappoli d’uva.”
“Quando sarai più grande lo potrai fare. Adesso sei ancora troppo piccolo… potresti farti male!”
Sapevo che lo diceva solo per spaventarmi. Mi allontanai da lei. Cominciai ad osservare il lavoro degli altri. Ne osservavo i movimenti. Da lontano, senza farmi notare. Avevo una tale voglia di impugnare quelle forbici che le avrei prese di nascosto. Mi allontanai dal vigneto. Mi diressi verso la piccola costruzione in mattoni che il nonno aveva costruito per riporvi dentro gli attrezzi. Notai subito un particolare. Un paio di forbici appoggiate su un ripiano appena fuori la porta. Mi avvicinai lentamente. Le impugnai velocemente e corsi via. Mi voltai, assicurandomi che nessuno mi avesse notato. Andai lontano.
“Hei!” esclamò mio cugino “dove le hai trovate?”
“Non le ho trovate… le ho prese.”
“Bravo!” esclamò “me le fai provare?”
“No!” risposi deciso “le ho prese io.”
“Dai… vediamo come tagliano?”
Utilizzarle non era poi così facile. C’era una grossa molla al centro e ci voleva tanta forza per chiuderle. Bisognava fare pressione e forse non eravamo in grado. Con una sola mano la cosa risultava difficile. Ci aiutammo con l’altra. Pensai che fosse davvero pericoloso.
“Hei! Voi due! Cosa fate là?” Ci richiamò il nonno.
Eravamo l’uno di fianco all’altro. Spalla contro spalla. Tenevo le forbici ben nascoste dietro la schiena per evitare che il nonno le notasse.
“Cosa ci facevate là? Ci sono ancora dei cesti pieni la giù… andate a prenderli!”
Fu imperativo. Tornammo al nostro lavoro.
La zia si accorse che le forbici erano sparite.
“Ma dove le avrò messe?”
“Le hai smarrite?” chiese il nonno.
“Non credo” rispose lei “le avevo appoggiate qui sopra! Non possono essere sparite!”
Si rivolse a noi.
“Cosa nascondete voi due là dietro? Fatemi vedere le mani!”
Rimasi impietrito. Mi si gelò il sangue nelle vene. Non sapevo cosa fare. Guardai per un attimo mio cugino. Non disse nulla. Lasciai che le forbici cadessero dietro le mie spalle. Sperai che si conficcassero nel terreno, che le mie gambe le coprissero. Le forbici rimbalzarono, invece, su di un masso e finirono a terra.
“Piccolo furbastro!” mi appellò il nonno “le hai prese tu allora! Cosa volevi farci?”
“Nulla… volevo soltanto provare a raccogliere l’uva.”
“Hai capito!” disse stupito il nonno “appena arrivato già vuole fare i lavori dei grandi. Voglio proprio vedere come te la cavi! Vai dalla zia e prova a fare come fa lei!”
“Evviva! Grazie nonno!”
Ero felice. Finalmente avrei imparato a raccogliere l’uva. Quelle forbici erano davvero formidabili. Con un colpo solo riuscivano a tagliare tutto lo stelo.
“Il grappolo lo devi reggere col palmo della mano. Tienilo fermo. Scegli bene il punto dove tagliare. Poi, quando sei sicuro, recidi lo stelo.”
Mia zia mi dava tutte le opportune indicazioni. Consigli utili che io avrei dovuto seguire. Io, invece, avrei tanto voluto fare di testa mia.
Mi piaceva specialmente la parte del taglio. Quando, cioè, la lama fendeva lo stelo. Se avessi potuto scegliere avrei tagliato soltanto, tagliato tutto incondizionatamente. Invece mi toccava attenermi scrupolosamente alle indicazioni. La zia era sempre accanto a me. Non mi lasciava un attimo. Era forse impaurita, oppure non si fidava. Ora però avrei voluto dimostrare di sapermela cavare da solo. Senza l’aiuto di nessuno. Mi sentivo pronto.
Provai a distrarre la zia, ad allontanarmi da lei.
Era la prima volta che guardavo da vicino l’uva da vino. Con stupore notai che era diversa dall’uva da tavola; quella che mangiavo spesso a casa. Gli acini, infatti, erano più piccoli e stretti. Talmente ravvicinati l’uno all’altro che non riuscivo ad infilarci in mezzo le dita.
Ero intenzionato a conoscere tutto sul vino. Volevo conoscere l’intero processo di produzione. “Nonno! Ma… la dobbiamo raccogliere tutta l’uva?”
“Non dirmi che ti sei già stancato!”
“No! Non mi sono stancato e che vorrei vedere la fase della spremitura.”
Mi entusiasmava l’idea di osservare da vicino la spremitura dell’uva. Mi rallegrava anche il pensiero che la giornata campestre avrebbe avuto un seguito.
“Io so come avviene la spremitura dell’uva.” Insinuò mio cugino.
“Come?” chiesi ingenuamente.
“Coi piedi! ”
“Davvero? E… lo dovremo fare noi?”
“Veramente… lo fanno le donne.”
Non stavo più nella pelle. La novità si presentò subito divertente.
Domandavo spesso a che punto fossero gli altri. Aiutavo a trasportare i cesti. Le cose stavano andando per il meglio. Sembrava che tutto volgesse al termine. Ero sicuro che di lì a poco saremmo partiti.
In macchina mi soffermavo ad osservare i cesti pieni d’uva. Li vedevo muoversi sinuosi, sobbalzare durante tutto il tragitto. Sembravano talmente morbidi e soffici da volerci sprofondare dentro. Pensai che tutto questo sbattimento, queste oscillazioni continue, avrebbero provocato dei danni.
Giungemmo presto alla cantina. In breve vidi gorgheggiare quel liquido scuro. Rimasi interdetto. Mi domandai se si potesse già assaggiare. Se quel nettare fosse già vino.
Mi incantai ad osservare la spremitura. Notai però che nessuno, né uomo né donna, schiacciava l’uva coi piedi. Mio nonno mi spiegò che quella era una antica usanza, caduta ormai in disuso. Nessuno più pigiava l’uva con la sola forza delle gambe. Questa operazione si faceva ormai per mezzo di un pistone a motore.
“Certo!” commentò “in questa maniera ne viene meno lo spirito del vino… se ne perde la magia. Anche l’atmosfera muta. L’emozione che si prova non si può trasmettere tramite una macchina. Non dimenticherò mai il piacere che se ne traeva. La spremitura dell’ uva era una festa. L’allegria prendeva il posto della stanchezza. La fatica rapidamente scompariva.”
Rimasi perplesso. Come si poteva fare festa dopo una giornata così lunga e faticosa.
“Si faceva festa” mi spiegò “perché era davvero festa. L’intera giornata diventava un pretesto per stare insieme, per condividere un identico piacere. Si pregustava il sapore del vino nuovo. Se ne sentiva l’odore.”
Ascoltai con attenzione le sue parole. La nostalgia lo pervadeva da ogni parte. Provai anche ad immaginarmi le sensazioni che provava.
“Adesso non ci resta che aspettare…” concluse “che il vino fermenti nei tini, che giunga presto la prossima festa; quella di San Martino, quella in cui ogni mosto diventa vino.”