Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

Giuliano - di Monika Murer

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Biografico > Giuliano

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 11/07/2009 alle ore 20:14:47

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

“Ora canterò Bacco[…].
Qui, padre Leneo,
qui dove tutto è pieno dei tuoi frutti,
dove per grazia tua fiorisce la campagna
traboccante di pampini autunnali
e sino all'orlo nei tini fermenta la vendemmia,
qui vieni, padre Leneo,
togliti i calzari
e tingiti con me di nuovo mosto
le gambe ignude.[…]
Questa è terra che nel tempo ti produrrà
viti sceltissime e un fiume di vino,
terra fertile di uva e del liquore
che consacriamo in tazze d'oro.”
“Le Georgiche” Libro II, Virgilio

La mia è una storia speciale, perché appartiene un po’ a tutti. Magari alcuni di voi potranno ritrovarsi, intravedere nelle mie parole un viso amico, avvertire sulla pelle il tocco ovattato di una mano coperta da un guanto, ricordare le feste paesane che erano di rito da bambini… Forse qualcuno potrà addirittura sentire il rantolo di un trattore ormai troppo vecchio per uno sforzo tanto grande e più simile ad una povera bestia morente, che ad una macchina agricola.
Voglio parlare di un uomo. Mio nonno, per la precisione: il nonno Giuliano.
A volte, quando passeggio per la campagna, mi sembra quasi possa ancora spuntare dalla stradina laggiù in fondo: l’immancabile cappello di paglia calato in testa - che ci fosse sole, pioggia o vento non importava -, una zappa appoggiata sulla spalla, la solita sigaretta in bocca e magro, magro come solo può esserlo un uomo che ha passato l’intera sua vita a lavorare la terra. Aveva sposato l’amica d’infanzia, l’unica donna della sua vita, con un nome tanto bello da restare caro a tutti noi come la sua persona… Venere. Sempre insieme, i miei nonni si sono seguiti anche nella morte, avvenuta a soli cinque giorni di distanza.
Mio nonno non era abituato ai gesti d’affetto, raramente ho avuto il piacere di vederlo ridere, e ancor più raramente ho ricevuto da lui un bacio, eppure ha colpito molto la mia giovane mente e vi è rimasto impresso come simbolo di zelo e lavoro: un classico pater familias, avrebbero convenuto i latini.
La casa che i suoi padri comprarono ben più di un secolo fa e che ora ospita noi, loro diretti discendenti, rappresenta al meglio il nonno Giuliano, questa figura che ho così brevemente tratteggiato: un grande casolare bianco come quelli di un tempo (che ora ristrutturati sono diventati perlopiù agriturismi rinomati e di lusso), solido e imponente, con le due stalle, l’aia e il granaio, lontano quanto basta dalla piazza del nostro piccolo paese, ma esattamente al centro delle proprietà di famiglia – una distesa libera di terra.
Oggi sono perlopiù il grano, la soia e i pescheti ad essere nutriti dal ventre di questa parte di Bassa Friulana. Ma, quando io ero piccola, il nonno aveva devoluto una strisciolina di terra anche ad una sua piccola grande passione: a stima potevano essere non più di dieci o quindici filari di vite, ma tanto bastava per avere sempre il suo caro bicchiere di rosso a tavola.
La vendemmia, vista con gli occhi di noi bambini, era più una festa che una fatica, come immagino in realtà fosse per i grandi: venivamo chiamati a dare una mano, ma fin troppo presto ci stancavamo e passavamo la mattinata giocando sul carro con i secchi, i guanti e qualsiasi altra cosa ci capitasse, mangiando acini d’uva direttamente dal tino che andava riempiendosi, con il rischio di finirci dentro. In quei giorni tutti i parenti dei nonni venivano ad aiutare, zii e cugini che ora non saprei neanche distinguere grazie alla fantasia dei nomi, Maria e Bruno i più gettonati: ciò che forse ricordo più distintamente, in fondo, è mia madre, che dopo aver fatto il risvolto ai pantaloni sporchi di terra entrava nel tino e poteva sentire i grappoli d’uva sotto ai piedi, caldi per il sole cocente delle prime settimane di settembre.
Al termine di ogni giornata di vendemmia, mia nonna affettava il salame, ovviamente di casa, e stappava qualche bottiglia dell’annata precedente: magicamente richiamati, tutti si fiondavano in casa a ripagarsi di tanto sforzo, e altrettanto magicamente ci si dimenticava del sudore che rigava la fronte fino a mezz’ora prima.
Era nella cantina – divenuta oggi un’accogliente zona-giorno, riscaldata d’inverno e fresca d’estate, con la televisione dotata di Digitale Terrestre e quadri new-age alle pareti – che avveniva il processo di trasformazione dell’uva in mosto, e poi del mosto in vino. Mi vedo entrare dalla porta di nascosto, aggirarmi in modo furtivo tra le botti ancora vuote ed immergere le dita nel succo dolce. Arrivava allora il nonno che con il suo fare burbero faceva finta di arrabbiarsi e mi mandava fuori di corsa: probabilmente, se mi fossi voltata, l’avrei visto finalmente sorridere.
Il nonno sapeva che il suo non era un Bordeaux del ’64 o un Pinot da accompagnare a delicate crostatine di frutta: era il suo vino, però, e… Dio, bastava guardarlo per percepirne la corposità, la forza. Forse erano proprio quei due bicchieri al giorno che gli permettevano di sopportare tutte le rinunce, i brutti scherzi e la precarietà di un lavoro che, ormai, non ha più lo stesso profumo di una volta: mancato il nonno, la vigna se n’è andata con lui, per lasciar spazio a coltivazioni che diano maggiori profitti sul mercato.
Quant’era buona quell’uva, un po’ aspra, un po’ zuccherina, e quanto macchiava le mani e i vestiti! Per noi cuginetti, la gola di mangiucchiare qualche chicco, allora, superava decisamente quella di berne il distillato: eravamo troppo piccoli per provare lo stesso legame che avevano con la terra e i suoi prodotti i nostri nonni.
Ora che siamo cresciuti, il sabato sera ci si ritrova al Moby per l’aperitivo: si parla, si sparla e poi si ordina uno spritz, che tanto va di moda.
Spritz Aperol o bianco? – ci chiede la barista con un largo sorriso.