Esercizio senza pretesa alcuna - di Emanuele
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/02/2011 alle ore 16:12:54
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Siedo alla scrivania. Ho appena preso il caffè, dopo aver lavato i piatti, dopo aver pranzato, e mi accingo ad ampliare le mie conoscenze anatomiche.
Semplice Ordinarietà, niente di interessante.
Le pile si stanno scaricando.
Alzo lo sguardo e vedo fogli, sparsi, di appunti vari, ciascuno su un argomento diverso, disposti sul muro innanzi a me, precari nella loro leggerezza: svolazzano, di tanto in tanto, per segnalare la propria presenza. E io li vedo svolazzare, pur non guardandoli.
E non c’è assolutamente niente di profondo nel loro svolazzare, né niente di poetico, o di romantico.
Sono dei fogli, veri, tangibili, su cui ho riportato argomenti su argomenti di cui mi servirò finchè ne avrò bisogno e che poi getterò, con irriconoscenza, o conserverò, con cura, a seconda dell’esito dell’esame che riguardano.
Eppure loro sono lì per me. Non lo sanno, non possono, sono delle cose, degli oggetti, degli agglomerati di materia insensibile, e io sto cercando di umanizzarli, di renderli veri, vivi, qualcosa di più di semplici polimeri glucidici.
Scrivendovi sopra, ho voluto dar loro importanza. Concedendo loro del tempo (per carità, il mio tempo, non assolutamente prezioso), ho voluto dare un senso al loro esistere.
Ho inteso conferire a queste pagine “bianche” (sono a quadretti, in realtà, 4 mm) una vita, diversa da quella che avevano prima. Ora hanno una raison d’etre, una ragion d’essere. La avevano pure prima, certo. Erano dei fogli, ripeto, “bianchi”, in attesa di perdere la propria verginità.
Erano pur sempre vivi, avevano pur sempre un senso, ma in potenziale. Ora, per me, hanno un senso compiuto.
Purtroppo è questo un senso che non potrà mai prescindere dal senso (mi si perdoni la ripetizione, anche cacofonica) che io, entità esterna, decido di conferir loro.
Sono un dio. Ho su di loro potenza assoluta.
Ne prendo uno. Lo riempio. Di parole. è adesso un foglio colto, e verrebbe rispettato da tutti gli altri fogli, nell’immaginario paese dei fogli, a discapito di quest’altro foglio, che stringo ora nel mio pugno, che sto accartocciando, di proposito maltrattando, semplicemente perché non mi piace quello che c’è scritto di sopra. Quello che io, o qualcun altro, ha scritto sopra di esso. Ma che colpa ne ha lui ? Alcuna, ma io ho il potere di conferire dignità a quell’altro, che prediligo, e sdegnando questo, la dignità di Foglio1 sarà ancora maggiore ! Visto ? Gli ho dato un nome. Non è più un foglio, lui è Foglio1, ha un nome, che lo distingue dagli altri. Quando vorrò trovarlo, non mi toccherà brancolare nel caos di fogli con la effe minuscola, no!, lo troverò subito, e lui mi darà sicuramente quello che da lui mi attendo. Perché è nato per questo, e vive in virtù del mio volere.
Finisco di dilettarmi con i miei fogli. Accendo il pc, leggo le mail. Perché oggi si comunica così. Non c’è modo di star fuori dal mondo. Ti ci buttano dentro, tuo malgrado, e sei costretto a integrarti. Tuo malgrado, ripeto. Una mail da un mio amico. E un’altra mail da una mia amica. Rischiavano di restare nell’anonimato, confuse tra inutili mail spazzatura, fogli virtuali, che decido essere degni di cestinatura, a discapito dei fogli virtuali dei miei amici, che ritengo degni di essere salvati dallo stillicidio dei fogli virtuali.
Hanno scritto dei pezzi, non pretenziosi, ma molto efficaci. Apprezzo. E loro leggeranno quanto sto scrivendo. Strapperò loro un sorriso, forse. Scrivono il resoconto di una giornata tipo, dal mattino sino alla sera. Vogliono che li imiti. Li imiterò. Adesso, non dopo, ché se rimando, non lo farò più, mi conosco.
Ripercorro con la mente la mia giornata tipo... eccola servita:
Sono le 7:00, rigorosamente. O meglio, flessibilmente.
La maggior parte dei giorni sono le 7, quando, cioè, la sera prima non mi è capitato di far la doccia. Devo far la doccia prima di andare a lezione. O mettere piede fuori di casa. è un’esigenza del vivere comune, oltre che un piacere.
Sono le 7:00, dicevo. Il suono è quello che è. Non è il massimo per svegliarsi. Una suoneria monotòna, e monòtona è la prima cosa che usualmente sento di mattina. A volte mi sveglio un minuto prima, e spero siano ancora le 4. Col cazzo. Sono sempre le 6:59..al massimo, e 58.
Mi alzo, neanche di controvoglia. Tranne il lunedì. Il lunedì è una sofferenza. Il lunedì lo dormirei tutto (licenza poetica, prego).
La routine è la solita: alzatomi sul piede destro, sempre e questo sul serio rigorosamente, indosso il cerchieetto per i capelli, mi avvicino al tavolo. Guardo il telefono, quello che lascio tutto il giorno sul tavolo, verso la porta, ché è l’unico posto dove, di tanto in tanto, prende campo. Leggo un paio di messaggi, se ci sono. Leggo l’ora, se non ci sono messaggi. Insomma, qualcosa leggo. E nel leggere, mi rendo conto che son già passati 8 minuti. Ma come cazzo faccio, ogni santa mattina, a metterci 8 minuti per percorrere 25 metri di strada ? è un mistero, uno dei tanti, cui non verrò mai a capo. Riscaldo il latte. Aspetto un paio di minuti. Se aspetto troppo, bolle, eccheschifo!, e lo mescolo con del latte freddo. E il tutto lo mischio con il mitico Nesquik, e quindi, immancabilmente, la prima faccia che vedo di mattina, quando mi sveglio da solo, è quella del coniglio con in mano un bicchiere ed una cannuccia. A volte me lo sogno. Ha un non so che di inquietante. Ma tant’è... mando giù il nesquik, e vado in bagno. Se non c’è mia sorella, già. Se c’è lei ad occuparlo, preparo la borsa per l’università: computer, uno strano libro color oro che non mi abbandona ormai da quasi un anno (che gioia), un blocco, ed un astuccio. “hai finito?”, chiedo. “quanto ci vuole ancora?”, chiedo. Non ottengo risposta. Quando sento il rumore del phon, esulto: vuol dire che ha finito.
è il mio turno: doccia (se mi sono vegliato alle 7), denti, per 3 minuti, e sono già le 8 meno 10. Mi stupirò sempre della mia lentezza mattutina.
Mi vesto. Come mi vesto ? Mi vesto.
Esco, non so cosa abbia indosso, la mattina mi interessa veramente molto poco.
Ora, se il tempo lo consente, e se lo stato di manutenzione lo consente, monto in sella alla mia bici. Ma il tempo non sempre è cortese. E io non sempre ricordo di portarla ad aggiustare. Oggi, ad esempio, andai a piedi. Sotto la pioggia. Con l’iPod nelle orecchie, di norma.
Percorro un po’ di strada, passo davanti casa della ragazza, e con lei faccio un po’ di strada assieme. è bello vederla di prima mattina.
Eccomi a lezione. è uno spettacolo osservare le facce dei colleghi-compagni, di prima mattina. Siamo 149. ne sorridono, forse, in 20.
E Ivan è sempre tra quelli. Bravo ragazzo, Ivan...
Mi atteggio a secchione, mi metto in prima fila, col mio computer, lo accendo, e blablablablabla... Interagisco con qualcuno, e mi metto ancora più di buon umore. Qualcuno che mi faccia ridere c’è sempre. Ecco il prof ! Bravo, bravissimo, mi piace moltissimo.
Scrivo, quello che riesco, spengo il cervello e mi trasformo in una macchina assolutamente passiva. Nei momenti in cui l’attenzione cala, allungo una mano lungo la coscia del mio vicino. Un giorno o l’altro mi denunceranno per molestie.
La lezione è stata interessante, chissà quando potrò studiarla. Purtroppo ho troppi arretrati per concedermi il lusso di farlo adesso. La batteria ha retto, fortunatamente. Posso spegnere il pc, dopo aver salvato il file. E ora, a studiare. Dove, dipende. A casa, per lo più. Almeno posso mangiare come un maiale e farmi quanti caffè voglio.
La mia giornata tipo ruota intorno all’università, in un modo o nell’altro.
Mi sveglio presto per andare a seguire i corsi.
Torno presto dai corsi per andare a studiare.
Mangio poco, per mantenermi leggero. Per studiare meglio.
Se esco, penso che non sto studiando. E diventa quindi uno spreco di tempo.
Se studio, non penso che non sto uscendo. E quindi non è uno spreco di tempo.
Pranzo. Quello che c’è lo combino in modo che abbia un sapore. E sia mangiabile.
Cucino per me e per mia sorella, che torna da lavoro, e mi racconta la sua mattinata. Mentre mangio, e non interagisco.
Lavo i piatti.
O li rimando a dopo?
O li rimando a stasera?
Ma se li rimando a stasera, li lavo domani a pranzo.
E se poi domani a pranzo, devo lavare altri piatti?
Li lavo adesso.
“Sorellina, perché non li lavi tu i piatti, oggi?”
..e mi butto sul divano. Ci sono i Simpson!
Sono le 15:00. Che tradotto significa: caffè.. e studio!
Ma prima c’è una comunicazione da fare alla classe: il professore ha perso in circostanze drammaticamente spiacevoli la sua amata tartarughina, e domani non potrà tenere lezione nel luogo abituale, e bisognerà che noi 149 ci spostiamo in una aula, ubicata alle Antille, di 2 metri cubici, per seguire le lezioni.
Comunicazione effettuata.
Studio.
Facebook?
No, studio.
E studio per un paio d’ore.
Ora facebook me lo merito, vero?
Sì, me lo merito.
Dieci minuti facebook.
La concentrazione sta calando. Cioccolata calda ! Da quando ho scoperto le proprietà eccitanti della teobromina, ne abuso in ogni modo possibile.
Tanto non è mica caffè...
è il caffè che fa male...
the e cioccolata non possono che fare bene...sono buone...
Driiiiiiiiiiiiiiiiin ! O è il telefono o è la porta. Se è la porta, è la ragazza. Se è il telefono, è papà. Sono contento in entrambi i casi di distogliermi dallo studio.
è sera. Stasera esco?
“Amo’, usciamo?”
“Sorelli’, usciamo?”
“Amici cari, usciamo?”
“Conoscenti, usciamo?”
“Coniglio del nesquik, usciamo?”.
Temo che non uscirò. Che bello, altro tempo disponibile per lo studio.
No, non ce la faccio più. Sono le 22:30 e sto a guardare un femore cercando di capire dove prenda inserzione il muscolo frontale. è nella testa, cretino. Ah già, forse intendevo qualcos’altro. Forse, ma forse, sono stanco. E forse, ma forse, vado a dormire.
E la doccia?
Me la faccio ora, o domattina?
Certo, se me la faccio ora, perdo solo 5 minuti, ma domattina posso svegliarmi alle 7:30!”
Non so quale sia la logica, ma finisco sempre con il farla la mattina seguente.
Mah, punto la sveglia. E buonanotte a tutti.
