Compiti a casa - di Paolo Cillo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/07/2009 alle ore 18:28:15
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Stavo studiando quel pomeriggio. Per come ero fatto questa poteva già dirsi un’eccezione.
Era strano vedermi studiare. Vedermi lì seduto, con il capo chino sui libri. Stare in silenzio, in camera mia, a fare i compiti capitava di rado.
Mi ricordo che era una bella giornata di fine settembre. Era pomeriggio, ma il sole era ancora alto e faceva caldo. Ero tentato di uscire, di lasciare perdere tutto. Ci volle molta forza di volontà per trattenermi. Mi dicevo che tanto la scuola era appena agli inizi. Ci sarebbe stato tempo per recuperare. Mi imposi di restare. Allontanai dalla mente tutti i pensieri. Cercai di concentrarmi su quello che stavo facendo.
Per via del caldo la finestra della stanza rimase aperta. Mi distraevano alcune voci provenienti da fuori. La stanza si affacciava su di un cortile interno. Mi distraevano gli strilli, le urla che sentivo. Mi chiesi cosa stesse succedendo. La curiosità aumentava. Non riuscii più a trattenermi. Uscii dalla camera. Incontrai mia madre che, proprio in quel momento, passava per il corridoio.
Che sfiga pensai. Mi ha beccato. Mi guardò perplessa.
“Hai già finito?” Mi chiese
“No… mamma. Sto solo uscendo un attimo. Voglio vedere chi é che grida in questo modo…”
Se é solo per questo ti posso aiutare io. Sono i figli di Pizzi… quelli del piano di sotto.”
“E perché fanno tutto questo baccano?”
“Devono aver festeggiato qualcosa…”
Affacciandomi dal balcone.
“Hai visto mamma! Si stanno divertendo da matti!”
Più di tutto mi incuriosiva il tipo di gioco che facevano. Da lì dov’ ero non capivo molto. Riuscivo a malapena a seguirli con gli occhi. Facevo fatica a comprendere la ragione di tutto quel casino.
Ma che diavolo stanno combinando pensai. Non riuscivo proprio a capire.
“Mamma… mi fai scendere giù un attimo? Ti prometto che torno subito!”
“Cosa devi andare a fare?”
“Voglio capire cosa stanno facendo…”
“E non puoi capirlo stando qui?
“Da qui non si capisce nulla…”
“E i compiti li hai finiti?”
“Uffa mamma… é solo per pochi minuti!”
“Non insistere.”
“Con te é sempre la stessa storia. Non si riesce mai ad ottiene nulla.
Rientrai in camera, ma la curiosità non si era certo assopita. Pensai di mollare tutto. Andare giù. Unirmi a loro e giocare.
Ad un certo punto mi accorsi che le voci erano cambiate. Le sentivo diverse. Quasi non sembravano più le stesse. A quelle dai ragazzi se ne aggiunse un’altra. Una voce maschile. Una voce da adulto.
Sarà successo qualcosa pensai. Uscii di corsa dalla camera.
“Mamma, mamma hai sentito?
“Che cosa?
“Stanno litigando. Non senti come urlano?
Uscimmo insieme sul balcone e guardammo giù.
“Quello é Carmine” osservò mia madre. “Chissà cosa hanno combinato…”
“I pomodori mamma, i pomodori! Li vedi lì a terra… quanti!”
“Hai ragione. Non ci posso credere!”
“Capisco ora cosa stavano facevano. Si rincorrevano e si lanciavano a dosso i pomodori.”
Vedevo Carmine col braccio teso richiamarli all’ordine.
Era arrabbiatissimo. Non ci vedeva più dalla collera. Era come accecato. Gli avevano toccato qualcosa di prezioso. Non riusciva neppure a quantificare il danno. Era talmente su di giri che se li avesse presi li avrebbe conciati per le feste.
Era burbero Carmine. Intrattabile. Un vecchio che guardava tutti di traverso. Fissato con le sue manie. Avaro e scontroso. Si giungeva spesso ai ferri corti. Ti provocava. Qualsiasi discussione poteva sempre degenerare.
Era uno che non conosceva mezzi termini. Uno che pensava di avere sempre regione.
Lo sentivo urlare come un matto. Non trovava pace. Andava avanti e indietro lungo tutto il cortile. Raccoglieva, qua e là da terra, alcuni pomodori sparsi. Era proprio adirato.
Un po’ però lo capivo. Tanto lavoro, tanta fatica buttati al vento. Ore e ore spese a raccogliere, lavare ed intrecciare pomodori; con pazienza. Non era un lavoro per tutti. Ci volevano qualità che non tutti avevano. Mani abili che, con mestizia, componevano corone di genuina bontà. Un lavoro meticoloso. Un lungo lavoro volato via come cenere al vento.
Quanta scrupolosità. Quanta ingegnosità racchiudevano quelle corone. A venderle ci avrebbe fatto certamente una fortuna. Ma a questo adesso proprio non ci pensava. Al lavoro e alla fatica pensava. Al gusto e alla bontà dei suoi pomodori persi per sempre.
Li vedeva spiaccicati, lì a terra, e pensava a quante minestre sprecate. La cosa che lo imbestialiva di più era il gioco che quei ragazzini avevano fatto coi suoi pomodori. Ragazzini che non hanno conosciuto, come lui, la miseria e la fame.
“Cosa hai da ridere?” Mi chiese mia madre.
“È forte mamma! Voglio vedere se li piglia…”
“Tu non sai quello che dici!”
“Cosa vorresti dire?”
“Ma pensa… si sono divertiti a staccare, uno per uno, i pomodori dalle corone… che peccato!”
Carmine era un tipo d’altri tempi. Uno per cui sembrava che il tempo si fosse fermato. Le innovazioni della scienza e della tecnica parevano che non lo sfiorassero. Era legatissimo alle tradizioni, agli usi e ai costumi di una volta. Gli attrezzi che usava erano rudimentali. Le mani erano il suo primo strumento di lavoro. Con le mani faceva tutti i lavori che la campagna richiedeva. La campagna per darti buoni frutti richiede tempo, cura, passione e amore. Carmine, volenterosamente, gliene dava tanto.
Nel suo orto coltivava di tutto: fagiolini, fave, melanzane, zucchine. Genuini prodotti della terra.
“La verdura di Carmine” sottolineava mia madre “è la migliore… senza ombra di dubbio.”
Non c’era bisogno, come accade oggi, di marchi che attestassero la freschezza o la provenienza dei prodotti. Carmine era l’etichetta. La sua parola valeva più di qualsiasi certificato.
“Scusa… ma non poteva tenerlo chiuso il garage?” Osservai.
“Lo lascia aperto di proposito.”
“Di proposito… ma allora cosa pretende dai ragazzi?”
“Non pensava che succedeva tutto questo casino.”
“Allora poteva anche chiuderlo.” Precisai.
“Non poteva.”
“Perché?”
Mia madre mi spiegò che per una corretta conservazione i pomodori avevano bisogno di luce e di aria.
Carmine si comportava come le formiche. Accumulava il cibo per l’inverno. Era morbosamente attaccato alle abitudini. Pretendeva che la minestra, anche quella di tutti i giorni, gli venisse preparata coi prodotti che lui stesso coltivava.
Anche quei pomodori, appesi diligentemente, servivano a preparare sul momento del buon sugo fresco.
Non credo lo facesse per conservare una tradizione. Credo lo facesse solo per il gusto. Per il piacere del palato. Per assaporare gli antichi sapori di una volta. Piaceri a cui era fortemente legato e a cui non voleva rinunciare.
I ragazzi scomparvero tutti quanti. Si dispersero. Carmine gli aveva spaventati sul serio. Quando ci si metteva appariva davvero un orco. L’uomo nero delle favole.
Che strano pensai. Dovevo ancora finire i compiti. Me ne tornai in camera e lessi di nuovo la traccia del compito.
Ma tu guarda pensai. La maestra l’ha spiegato proprio oggi. Solo ora me ne sto rendendo conto. Ora che ci guardo con attenzione. Allora vediamo un po’.
Scegliete la forma giusta
Singolare
Pomodoro
Pomo d’oro
Plurale
Pomodori
Pomi d’oro
