Una giornata da mare - di Paolo Cillo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/11/2008 alle ore 12:42:44
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Guadando la cartina stradale.
“Vedi che si può fare!”
“Ma che stai dicendo?”
“Ti dico che si può fare!”
L’estate era oramai arrivata. Già si girava in maniche corte e pantaloncini. Faceva caldo e il desiderio di andare al mare era più forte della paura di essere scoperti. Tino, al mare, ci andava eccome, ma solo coi genitori. Non era mai andato da solo o con gli amici. A Berto invece del mare in se non fregava proprio niente. Era l’impresa che lo stimolava.
I due ragazzi stavano decidendo il da farsi. Berto era convinto del fatto suo. Sapeva di poterci riuscire perché non credeva nel fallimento. Credeva, pretendeva che una missione del genere dovesse concludersi solo con un successo. Tino invece non era neppure convinto di partecipare alla prova. Non era certo la sfida che lo affascinava. Non era uno che amava il rischio. Se lo avrebbe fatto sarebbero stati certamente altri i motivi che lo avrebbero spinto; il desiderio di fuga, il bisogno di libertà.
Certo la strada era lunga, ma Berto la percorreva tutte le estati, anche più volte al giorno, in macchina con suo padre, e non gli sembrava difficile. Tino invece nutriva delle perplessità. Era più razionale e sapeva che non era il viaggio di andata la cosa preoccupante, quanto il ritorno.
Pur avendo percorso quella strada meno volte di quelle che poteva averle percorso Berto sapeva che il caldo, il sole, il mare stancavano parecchio e non se la sentiva di rischiare tanto, specialmente con uno come Berto, che di guai ne combinava tanti e per questo non si fidava.
Sarebbe bello però, pensava tra se, poter percorrere tutta quella strada in bicicletta, col vento fresco del mattino che ti accarezza le guance. Sentire l’asfalto che scorre sotto le ruote, lì al lato della strada, con le macchine che ti sfrecciano a fianco e la gente che ti scruta incredula dai finestrini.
Ci noteranno sicuramente, a causa del nostro incedere insicuro, con le nostre biciclette piccole e inadatte a compiere imprese di quel genere.
Rivolgendosi a Berto.
“A che ora pensi di partire?” Chiese Tino, alzando bene il capo per non far trasparire alcun timore.
“Presto!” Rispose Berto
“Ma a casa dobbiamo dire qualcosa... che so...una scusa o roba del genere?”
“Possiamo semplicemente accennare ad un innocuo giro mattutino in bici.” Propose Berto. “Vedrai che non si accorgeranno di nulla...”
“Dovremo portarci dell’acqua e magari del cibo!” Osservò scrupoloso Tino. “Ci serviranno sicuramente!”
“Senti!” Rispose duro Berto. “Quel cavolo di peso io non lo porto!”
Tino sapeva bene che quel cavolo di peso, come lo chiamava Berto, era più che necessario. Sapeva anche però che non poteva certo portare tutto da se. Era previdente Tino. Conosceva in anticipo le difficoltà della prova, ma non se la sentiva di rinunciare. Voleva comunque provarci, usando però tutte le precauzioni del caso.
Berto, dal canto suo, a queste cose non ci pensava proprio. Lui partiva a razzo. Si buttava in qualsiasi avventura gli si proponesse o in quelle che gli saltavano a lui stesso in mente. Diceva di non temere nulla e perciò non si tirava mai indietro. Era sicuramente più temerario e avventato.
Per Berto sarebbe stato fantastico poterlo raccontare in giro. Potersi vantare con gli amici di una tale impresa; un’impresa da guinnes dei primati. Chissà in quanti lo avrebbero ammirato. Per quello si sarebbe portato dietro Tino; come testimonianza vivente della riuscita dell’impresa.
Berto dava per scontato tutto ormai e già si gustava il sapore del successo. Tino, al contrario, probabilmente non avrebbe voluto farlo sapere a nessuno. Non era certo per gli altri che lo faceva, ma solo per se stesso. L’avrebbe annotato, magari da qualche parte. Se lo sarebbe ripassato nella mente tutte le notti prima di dormire, ma non ne avrebbe parlato ad anima viva.
Nel silenzio di una stanza di buon ora.
“Alberto! Alberto! Mi senti?”
“Hei! Alberto svegliati!”
“Alberto alzati dai che oggi papà ci porta al mare.”
