Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

Il giglio e il tomahawk - di Ollecram

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Avventura > Il giglio e il tomahawk

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 24/10/2011 alle ore 12:16:27

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Romanzo di Marcello Parsi, pubblicato dalle Edizioni Simple a ottobre 2011.
Copyright: Marcello Parsi
Tutti i diritti sui testi presentati sono e restano dell’Autore. Ogni riproduzione anche parziale non preventivamente autorizzata costituisce violazione del diritto d’autore.
ISBN: 978-88-6259-420-2

[pp. 14-15] Gli indirizzai uno sguardo riconoscente, poi mi voltai verso la giovane indiana, che seguiva con interesse la nostra conversazione:
“Tu appartieni a una tribù nemica dei Francesi. Capisci che devi considerarti nostra prigioniera... tu e anche il tuo compagno ? A proposito – e mi rivolsi a uno dei sergenti – curategli quella ferita, come se fosse uno dei nostri.”
“Me ne rendo conto” mi rispose con un’intonazione dolce nella voce, come se mi fosse grata per la premura che avevo manifestato nei confronti del guerriero.
“Quindi, se sei mia prigioniera, devi consegnarmi le tue armi.”
“Un Mohawk di sua volontà non consegna mai le sue armi a nessuno.” Poi aggiunse con aria di sfida: “Se le vuoi, vieni a prenderle.”
Senza sapere il perché, ebbi la netta impressione che volesse solo mettermi alla prova, ma che non avesse alcuna intenzione di reagire o di farmi del male. Avanzai di un passo e allungai una mano, per togliere il tomahawk dalla cintura a cui l’aveva appeso. Vidi la sua mano sinistra contrarsi intorno al manico del pugnale, tanto che le nocche diventarono bianche... Poi la tolse e lasciò che io lo sfilassi dal fodero. Quindi mi fissò con uno sguardo limpido e fiero e mi domandò:
“Che intenzione hai nei miei confronti ? Ricorda che io sono una principessa...”
“Nessuno ti farà del male né ti mancherà di rispetto: hai la mia parola.”
..................................................
[pp. 42-43] Da una parte e dall’altra si susseguivano gli spari, alternati ai lamenti e ai rantoli dei morenti, noi eravamo bersagliati anche da una pioggia di frecce. Mi accorsi che il combattimento era impari, perché noi sparavamo alla cieca contro nemici invisibili, mentre gli indiani potevano sfruttare le luci della casa, che, attraverso le finestre, spargevano su di noi un tenue chiarore.
Mi girai verso l’edificio e urlai:
“Spegnete le lampade!”
Kida, Pablo e Anita, che sparavano accovacciati sul balcone del secondo piano, non se lo fecero dire due volte, ma ormai gli indigeni, raggiunto il recinto, avevano cominciato ad arrampicarsi, penetrando all’interno e ingaggiando con noi furiosi scontri a corpo a corpo. Spuntavano dal buio come fantasmi, ci stordivano con le loro urla selvagge e seminavano il terrore e la morte tra i miei uomini, impreparati per un simile genere di battaglia. La situazione era disperata e fui costretto a comandare la ritirata:
“Abbandonate la palizzata ! Tutti nella casa!”
Sprangammo la porta e vi accumulammo dietro alcuni mobili, la stessa cosa facemmo nelle finestre a piano terra. Poi caricammo le armi e ci preparammo ad accoglierli.
Dopo alcuni attimi di un silenzio pauroso, udimmo degli spari subito seguiti da urla angosciose, che esprimevano una sofferenza inaudita. Delareaux con le lacrime agli occhi mi disse con voce tetra:
“Non abbiamo avuto il tempo di mettere in salvo i feriti: li stanno massacrando...”
Intorno alla casa si sentivano i Mohawk parlare vivacemente ad alta voce con i loro caratteristici suoni gutturali. Mi avvicinai ad Ablasor, che se ne stava sola sola in un angolo appartato, dritta e immobile come una statua, con lo sguardo spiritato negli occhi sbarrati. Confesso che vederla così mi fece una certa impressione... Tossicchiai per attirare la sua attenzione:
“Puoi dirmi di che cosa stanno discutendo?”
Attese qualche attimo prima di rispondermi:
“Progettano di dare fuoco alla casa.”
..................................................
[pp. 93-94] Quando il comandante del campo mi vide entrare affiancato dall’indiana, sulle prime rimase un pò sconcertato. La ragazza non gli diede il tempo di riprendersi e con una parlantina, che non le avevo mai sentito così sciolta, prevenne una sua prevedibile obiezione:
“Ho chiesto al nostro comune maestro il permesso di seguirlo qui da te” esordì, accompagnando queste parole con un amabile sorriso. “Il tenente ha tanto elogiato i tuoi attacchi a sorpresa e la tua capacità di resistergli a oltranza, da solleticare la mia curiosità. Vorrei tanto assistere a una vostra partita... Anzi, mi è venuta una grande idea... Perché non giochiamo insieme contro di lui ? Se uniamo le nostre forze, riusciremo a batterlo, ne sono sicura... Del resto gli Inglesi e i Mohawk non si sono forse alleati contro i Francesi?”
“Ben detto, principessa!” esclamò entusiasta il colonnello, lusingato nella sua vanità. “Vinceremo la nostra guerra anche sulla scacchiera.”
La giovane prese una sedia e, fingendosi imbarazzata, gli disse con voce esitante:
“Comandante, se non ti dispiace... è il caso che io mi sieda vicino a te.”
“Ma certo ! Per me è un vero piacere e un grande onore avere al mio fianco un’alleata così bella. Prego...” le rispose prontamente l’inglese con goffa galanteria, spostando di lato la sua poltrona.
La partita ebbe inizio e la giovane cominciò a suggerire al suo compagno delle mosse molto forti, che in breve tempo riuscirono a mettermi in difficoltà. L’ufficiale, accorgendosi di essere in vantaggio, – contro di me non gli era mai successo – non stava più in sé dalla gioia: era emozionato e gli brillavano gli occhi.
“Non mi aspettavo che un’indiana giocasse tanto bene” si complimentò con lei, sentendosi prossimo alla vittoria.
“E questo... te l’aspettavi?” sibilò la ragazza con uno sguardo di ghiaccio, estraendo dal seno con mossa fulminea un pugnale e puntandoglielo alla gola.
“Che stai facendo, maledetta selvaggia ? E' uno sporco tranello... Guardie!”
Così dicendo, fece per alzarsi, ma Ablasor aumentò la pressione con la punta dell’arma: sul collo del comandante vidi colare alcune gocce di sangue.
“Ahi!” si lamentò lo sventurato.
“Se i tuoi soldati si muovono o chiamano aiuto, sei un uomo morto. Ho già ucciso e scotennato Uroni e Francesi: non ci metto molto a sgozzare anche un Inglese” lo minacciò implacabile la giovane, fissandolo con occhi torvi.
..................................................
[pp. 113-114] Il vecchio era disteso sul suo giaciglio con gli occhi chiusi e, se non fosse stato scosso da un leggero ma continuo tremito, si sarebbe potuto pensare che dormisse o che fosse morto. Per alcuni minuti restammo silenziosi in attesa.
Quando per un attimo sollevò lievemente le palpebre e scorse Ablasor, sul suo volto incartapecorito balenò l’accenno di un sorriso. Poi con una voce flebile, che sembrava uscire dall’oltretomba, mormorò:
“Cara figlia, eri proprio tu la principessa che ho sognato e che ho aspettato per molte lune. Tu salverai il mio popolo... Adesso posso morire tranquillo...”
“Dimmi che devo fare, venerabile padre” gli domandò la ragazza con tono sommesso.
“Prendi la collana che è appesa sulla mia testa. Sì... proprio quella. E' un potentissimo talismano... devi riuscire ad appenderla al corpo del mostro: intorno al collo, a un orecchio, a uno dei suoi numerosi aculei... dove ti è possibile. Ma... attenta: è alto tre volte la tua statura... Ha artigli, zanne, tentacoli a tenaglia...”
“Come posso fare... se è tanto più alto di me?”
Lo stregone cominciò ad ansimare e non sembrava più in grado di risponderle.
“Dimmelo, venerabile padre!” gridò Ablasor con voce accorata. “Dimmelo!”
Raccogliendo le ultime forze, il vecchio riuscì a bisbigliare:
“Le a...li del...la notte... Le ali...”
Poi contrasse i muscoli della faccia e s’irrigidì: la giovane scoppiò a piangere.

 

Ultimo aggiornamento: 2011-10-24 12:21:16