L'attimo e l'essenza - parte seconda .: di .: Guido Mazzolini© Testo pubblicato dall'autore in data 17/11/2006 alle ore 08:32:44Scrivi un commento .: Commenti
Il riflesso Il riflesso di me trasuda perdizione. Rammarico denso peccato non solo, guardando la china di prossime aurore, immagino e sono futuro. Proseguo i miei giorni, incerto accadere di rapidi eventi rallento quel passo rapido un tempo ed ora più saggio, di navigatore che approda nel buio. Possiedo le idee e ciò che feconda il mio tempo. Le tue mani Rivedo ancora le tue mani, bianche sulle mie, pigre, un poco indifferenti alle lusinghe del tuo corpo tiepido alle carezze, agli echi più distanti c di nostre voci, nostri smarrimenti. Perduti o ritrovati, nel silenzio degl’ovattati "t’amo" mai appagati da nessun’altro nome. Eri perduta nell’ansia di tenermi ancora un poco tra le tue dita, come ragnatele tessevi fili e il gioco della vita squillava la fanfara del piacere. Rivedo ancora la tua pelle casta e quel pallore che non sai celare del corpo tuo, del sangue tuo da bere avidamente. Lasciami guardare io stesso che ti osservo pigramente con quegli stessi occhi che tu amavi. Concedimi un istante, solo questo io ti domando sottovoce, certo che quel che resta di un ricordo andato non paga quel ricordo da scordare. Dolce cristallo Dolce cristallo degl’occhi alabastro di un volto che amai e ancora ricordo, carezzo leggero sfiorando il tuo corpo di pietra. Vele che mai condurranno a porti sicuri, sereni ripari dai venti io vedo risvegli, conosco il tuo lieve sapore. Corsa di folle animale, di cieco destriero che porta la poca misura, l’assenza che ancora trascorre nel precedere sogni. Statua nuda di ghiaccio che offende, mirabile a sguardi temuti rimpianti sospesi, restando soltanto il rimorso del tempo. L’inventario Ho tutto ciò che serve, maschera di cera imperscrutabile, liscia levigata dal mestiere di fingere certezza; lama affilata per difendere me stesso da me stesso lottatore cieco, nemico dei miei sguardi; scudo e corazza di barbaro antico falco implacabile, feroce rapace affamato di sogni e desideri, selvatico animale. Ho tutto ciò che serve, conobbi e misurai distanze tra terra e cielo, tra fuoco e mare, tra notte e luce; solitario incolpevole amante, araldo senza voce, messaggero di pensieri che tenui sciolgono nel divenire perché tutto è immagine ed io sono semplicemente chi approda a nuova riva pallida, di sabbia sconosciuta. Ho tutto ciò che serve, l’aratro dei ricordi incide solchi nella memoria come terra tenera, arrendevole; paziente attendo i frutti nel dipanare lento di stagioni. Da quanto tempo, ormai, cavalco le mie idee? Da quante notti algide, di albe ho spento i fuochi? Chi ero e chi sarò non riconosco, traccio soltanto e annoto, minuzioso, il tempo di cui più non comprendo l’esistenza, meticoloso, inutile inventario dei miei giorni, di questi attimi randagi. Per me Per me che sono popolo di cieli freschi brulicanti di vita. Per me che son di terra, nascondo agli occhi miei le verità di simboli precisamente decifrati. Per me lontano fuoco, scintilla viva eterno, immobile di trascendenza. Per me che non comprendo l’insondato disordine del mondo. Per me. A P.P.P. Questa città conosco, le case, gli usci, il viale, interpreti precisi di soffi millenari del giorno che precede il troppo tempo uguale al tempo che percorro. Bene rammento i cari momenti di vagante istinto d’animale che l’aria fiuta; solo chi freme dei più vari istanti, degli odori che porta il vento, sale senza timore alcuno e senza più associare domanda, morte, dubbio. Cercando ciò che vale il sogno non è mai bisogno di restare ma semplice diritto all’irrealtà del viaggio, al mesto disinganno o al semplice vagare da porta in porta. Ancora assisto il tuo coraggio di uomo che seduto, contempla la memoria nei tempi già sfioriti, l’inutile miraggio è riverita idea di gente, luoghi e storia, della diversità che dolorosa cela il freddo recitare di vita provvisoria. Il suono della voce che nel silenzio svela il folle senso tuo è ingenuo tentativo di chiudere in un cerchio, quasi che la tua tela, inutile pittore, si perda nel tardivo bisogno d’esistenza da bere con le mani sorbita goccia a goccia nell’estro d’esser vivo ma vanamente. Siedi su metri che, lontani dal raffinato artefice di morte, buio, vizio hanno tracciato simboli magnifici ma vani. E’ il giorno tuo. Rimangono nell’ora del supplizio frammenti di parole dispersi ormai dal vento di preparati simboli, di pena e di giudizio. In un istante, solo un semplice momento capii che la ragione, il senso del tuo stare immobile figura, del tuo poetare lento è schietta comprensione, bisogno di gettare il dogma e la morale nel carcere dell’Io spietatamente chiuso dal semplice tuo alzare la mano verso il cielo a maledire dio. Eroe di una tragedia che sussurrata migra nell’incostante tremito di possedere il mio più schietto desiderio: che questa vita pigra s’immoli ancora in albe di miti e passione volando, breve fuga, da un mondo che denigra e mai potrà comprendere la folle sensazione della diversità che porto come un vanto, come un monile raro, una maledizione. Stagione tua di luce, sospesa nell’incanto di strane forme che la sera, miracolosa, delinea e mi sorprende nei ricordi. Quanto di te possiede vita che innalza fragorosa il macabro scenario di certezza? Quale sentiero percorrevi nel sogno, misteriosa presenza del tuo essere sembianza disuguale? Ora non sei. Alzati, guerriero di parole con rabbia urlate contro moralità e morale la forza dei tuoi versi risplende come sole. La voce del poeta Ascolta la voce del poeta a volte sussurra parole a volte di strazi sommerge silenzi cristalli che infrangono canta ove tutto è quiete o rumore, patibolo gelido osceno di sangue grondante su troppe bandiere stendardi di uomo che erigono al cielo parvenze di mani, di volti già freddi usurati di morte. Essa risuona perché questo è il suo tempo, urla blasfema e lacera il cielo. Amo Amo di bizzarro sentimento, ammalorato. Amo di dolore sordido di sangue e umori. Amo il tuo restare, l’impenitente ardire. Amo, ma d’amore stanco, imperfetta immagine di perfezione, metafora insana, gelido artiglio. Amo l’incedere lento delle tue mani arse sul mio corpo di pietra. Amo essere ancora, amare e gemere, fluire il tuo corpo per saziarmi di tua sembianza e ricordarti, immobile, muta com’eri un tempo. Commenti ▲Scrivi un commento ▲ |
