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Accanimento terapeutico .: di .: Arepo

© Testo pubblicato dall'autore in data 06/09/2009 alle ore 17:12:55

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Prefazione:
Accanimento terapeutico è un racconto in forma di variazioni. Vi si narrano parallelamente e in modo alternato due storie: la prima è la storia di una morte, la seconda la fine di un amore. Deriva da una serie di riflessioni sul senso della “fine”, concetto a volte difficile da accettare e metabolizzare. Le due storie sono intrecciate in modo tale da poter essere lette dalla prima all’ultima variazione o dall’ultima alla prima, in quanto le due narrazioni sono esposte secondo un percorso cronologicamente inverso; questo nel tentativo di mettere in equilibrio formale le due “parabole discendenti”.


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ACCANIMENTO TERAPEUTICO

Un oggetto, un corpo… cade, ora! te ne accorgi, segui il suo movimento, come al rallenty. Dai un comando al cervello affinché la tua mano possa intercettarne la linea, sei in tempo? No, è tardi, seppure di una manciata di millesimi, è tardi. Dove recuperare quei millesimi? Provi a prenderlo, in fondo le cose bisogna provarle fino in fondo, per non pentirsi, magari il tuo sistema percettivo non è perfettamente tarato, il suo calcolo era sbagliato e tu sei perfettamente in tempo. Quindi acceleri, ma la maggior foga comporterà minore sensibilità: è ormai impossibile attutire l’impatto dell’oggetto con la tua mano…
Fu in quella notte che, tra indicibili tormenti e con il coraggio di un cavaliere medievale di fronte alla sua impresa eroica, la Signora Ines pose termine al corso della sua vita. Le cure dei dottori erano state inconcludenti: il respiro affannoso, il cuore troppo forte per non rendere tutto quel adoperarsi su di lei un’atroce agonia. Gli occhi della signora Ines sembravano cercare la causa di tutto questo odio; un odio che la costringeva legata al suo letto a sopportare le più feroci torture. Forse un maniaco che la teneva sotto scacco, forse una vendetta meditata per anni. Ines non capiva.
– Va bene, basta così. Andiamo a casa, nonna ti riporto a casa – disse Grace con voce debole. In quel momento sentì che la cosa più giusta era lasciarla andare. Bastò uno sguardo di assenso ai dottori: con una cura quasi tenera le fu rimosso il respiratore e poco dopo, chiusi gli occhi, morì. La mattina dopo quasi solo estranei al suo funerale, obbligati per averla incontrata una o due volte nel parco, o al massimo per averle detto se quel giorno li era un bel giorno o piovoso.


Non puoi evitare la fine di qualcosa destinato a finire. Cercare di impedirne la fine, tenerlo in vita artificialmente, fa sì che spesso quel qualcosa ponga termine al suo corso nel peggiore dei modi possibili. È strano, il destino sembra infierire contro coloro che si oppongono al corso degli eventi che precipitano. È come se per una strana forma preordinata della natura si commettesse un reato, punito per direttissima…
– NO! Non puoi dirlo questo! Non puoi dirmi che non c’entra, c’entra tutto! Se tu non mi avessi chiesto di accompagnarla a casa tutto questo non sarebbe successo.
Disse Rob, le mani fra i capelli.
– COME?! Sarebbe anche colpa mia?
Carla aveva una rabbia dentro che non aveva mai provato, le prendeva la gola fino a darle un senso di soffocamento.
– Okay, okay. Scusa ho sbagliato, non volevo. È che in questo periodo siamo tutti e due molto nervosi e diciamo cose che nemmeno pensiamo.
Carla percepiva nelle parole pronunciate dal suo Rob una strana freddezza, erano dette quasi meccanicamente, erano battute di una scena gia vista, le aveva sentite troppe volte, stavano trasformando la sua rabbia in pianto, ma trattenne le lacrime.
– Va bene, basta così, Rob.
– Cosa vuoi dire?
– Voglio dire che basta, è finita.
– No! io ti voglio, io voglio solo…
– COSA VUOI? Cosa vuoi da me? Hai rovinato la tua vita e la mia. BASTA!
– Ma cos’è successo, Carla? non è successo nulla in fondo.
Carla lo guardava come un’animale ferito guarda il suo predatore, sapeva che se avesse ceduto sarebbe stata definitivamente sottomessa. Era persuasa che la natura e l’istinto ormai contavano molto di più che il loro amore e che la loro storia era giunta ad un punto di non ritorno. Decise che avrebbero fatto sesso per l’ultima volta.


Forse aveva ragione Milan Kundera quando nel suo romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere scriveva che nel paradiso terrestre l’uomo non era ancora uomo, o meglio non era ancora scagliato nella prospettiva dell’uomo; una prospettiva che lo vede gettato lungo una linea retta, scagliato dentro la dimensione del tempo. Forse la nostalgia che tutti sentiamo è la volontà di ristabilire un ordine impossibile, l’ordine di forma circolare, perduto per sempre. Da qui il tentativo di bloccare o anche soltanto rallentare ciò che inesorabilmente accade nella nostra linea diritta, o addirittura illudersi semplicemente di replicarlo, e andare così alla ricerca di un impossibile ricorso, una sorta di appello in cui le cose possano andare diversamente…
Questo e altro pensò Grace mentre camminava. I corridoi dell’ospedale sembravano non finire mai. La loro vista le ricordava il lungo corridoio di casa, quando era piccola e sua nonna veniva a prenderla – era la bambina più felice del mondo! – La situazione adesso era completamente diversa, ma quella similitudine la carezzava ancora un po’.
Dopo aver bussato lievemente, entrò e vide il Professor Mori. Parlò agitata e tutto d’un fiato, senza esitare:
– Dottore, sono venuta prima che ho potuto, cos’è successo? c’è speranza ancora?
– Devo essere franco con lei, c’è stata un’altra crisi, non ci sono molte speranze.
– …
– È molto forte, resisterà ancora probabilmente, ma è difficile che ce la possa fare.
– Capisco, disse Grace.
Poi, ancora trepidante, si addentrò ancora poco nella stanza e vide sua nonna: le macchine la avvolgevano in un abbraccio artificiale, una morsa che al contempo la teneva in vita e la puniva. In quel momento si ricordò di sua nonna: sì, era una donna talmente forte che c’era da scommettere che non sarebbe mai morta; anche lì, in quella penosa situazione, dimostrava tutta la sua energia e voglia di vivere.


La musica può darci la sensazione della reversibilità del tempo. Non so cos’è di preciso, ma c’è qualcosa che riesce a dominare il tempo, a impacchettarlo, a chiuderlo in una scatola, oppure a farlo girare su se stesso. La musica è una sorta di antidoto all’ incessante successione degli istanti, all’inarrestabilità del tempo…
Rob entra nella doccia.
Doccia on. Stereo on:‘…You're just too good to be true.
Can't take my eyes off you. You'd be like heaven to touch…’
– Rob, abbassa!
– Cosa? Non ho capito!
Stereo off.
– Come hai detto?
– …
Stereo on: ‘… I wanna hold you so much. At long last love has arrived. And I thank God I'm alive. You're just too good to be true. Can't take my eyes off you…’
Stereo off. Doccia off.
Rob esce dalla doccia. Carla sta piangendo, ha appena letto un messaggio sul cellulare di lui, non le è affatto piaciuto quello che ha visto.
/
Sotto una pioggia battente l’ambulanza cantava la sua melodia, ricorsiva, ipnotica. I tergicristalli dell’auto che seguiva scandivano un ritmo sincronico alla sirena, quasi accompagnando quel canto ostile. Lì dentro c’era Grace, andava assente dietro a quella scia bagnata, con le mani che sfioravano il volante e lo stringevano di tanto in tanto. D’improvviso l’alba, a lacerare le sue illusioni, e a ricordarle che il tempo passa e che le cose accadono – dalle le più belle alle più dolorose – che lo si voglia oppure no, le cose accadono.


Insonne è la notte.
una notte fatta di pensieri,
di cervelli che non si staccano.
insonne è il rumore incessante del silenzio.
insonne è l’arrovellarsi di mani e la rete delle ipotesi che ci vedono piegati o vinti,
avvinti su noi stessi, chiusi al senso
ingranaggio incapace di muovere alcunché.
Insonne,
combattuto tra tornare indietro e conquistare finalmente il giorno
atteso, e vagheggiato un po’ più suo…
perché non risponde? Disse che mi avrebbe chiamato / Non sopporto di vederla così, pensò verso mezzanotte. Ma rigettò quel pensiero, e continuò a credere nella sua guarigione / la notte avanza, il cuore batte troppo forte, dove può essere? In un ristorante? O in qualche stanza d’albergo? L’ansia va moltiplicandosi / il dottore è stato chiaro: il riposo le gioverà, la crisi respiratoria era assolutamente superabile, ripeteva tra se ogni parola, come una preghiera / magari ora è un’altra donna, coinvolti da una feroce passione: ora lui le slaccia dei bottoni di camicia, mentre lo sguardo di lei suggerisce inediti desideri / dopo averle somministrato quella dose di cortisone se ne era andato dicendole di chiamare l’ambulanza, se fosse stato necessario, e di non richiamare più lui / è la donna del messaggio sul cellulare, lei mi perseguita nelle sue notti, deve essere lei! / vigilava lì accanto, controllando ogni suo movimento, la guardava fisso per vedere se i movimenti del petto suggerivano presenza o assenza di respiro / mi riprometto di seguirlo, domani, o di attenderlo all’incrocio di due strade, per capire e andare finalmente infondo a questa faccenda / finché nel cuore della notte qualcosa di diverso, un soffio, o forse un rantolo?
nonna!! NONNA!



Sospettare è un po’ meno che ragionare. È quasi un riflesso incondizionato che stabilisce una causalità potenziale tra eventi, suggerita dalla sola plausibilità. È accostare un proprio ragionamento astratto alla realtà, in altri termini è rompere il diaframma che esiste tra ciò che è mentale e ciò che è reale. È quello che, ad esempio, ti porta ad andare alle otto di mattina nel parcheggio di un cimitero…
Carla si trovò lì senza nemmeno sapere di preciso perché. A dire il vero un calcolo, seppure farneticante, se lo era fatto: se passa da qui significa che probabilmente è stato da lei. Non avrebbe altro senso provenire da quella strada, proprio da quella direzione, se non che i due siano amanti. Insomma, tutto può darsi, ma come è possibile che proprio quella deduzione venga confermata in modo così esatto? Solamente dopo qualche minuto, comparve quella macchina, da quella direzione. Dentro c’era quel Rob, ma non era solo: accanto a lui una donna.
/
– Pronto?
– Buona sera dottore.
– …
– Ricorda Ines? Una sua paziente. Sono la nipote.
– Oh! Ma certo. Come va? Tutto bene?
– Ho il sospetto che nonna abbia qualcosa. È da qualche giorno che non riesce a camminare con la stessa sicurezza.
– Capisco.
– È sempre stanca, è strana. Non vorrei disturbarla ma sarei più tranquilla se lei potesse visitarla qui a casa.
– Ma certo, vediamo un po’… alle sette, stasera. Può andare?
– Va bene. Allora a dopo.
– Stia tranquilla, vedrà che non è nulla. A più tardi.



Mutare è una capacità insita in ciascun essere umano. Ogni volta che un evento modifica radicalmente il nostro modo di pensare probabilmente stiamo assistendo a una mutazione, ovvero a un cambiamento così profondo da mettere in discussione le leggi, implicite o esplicite, che ci siamo dati…
Chiusa in casa, con la serranda abbassata e la luce spenta, realizzò che contro i nuovi eventi non avrebbe potuto più nulla, sentiva che qualunque tentativo di mettere a posto le cose tra loro era un’inutile ostinazione. Ciò nonostante le batteva forte il cuore di paura, perché si sentiva persa senza di lui, che ormai era divenuto una parte necessaria della sua esistenza.
Per comprenderlo bisogna risalire alle prime fasi del loro legame: si erano conosciuti tanti anni fa e il loro amore era sbocciato lentamente, dopo un’intensa ma amichevole frequentazione. Poco a poco lui sentì per questa sorella complice qualcosa di diverso e fece di tutto per conquistarla. Perché quel legame era così intenso? Perché prima di essere il suo amante Bob era un confidente e un amico, rinunciare a lui significava essere abbandonati da due o tre persone nello stesso tempo.
Si era attaccata talmente a tanto a quest’uomo che, anche se il loro rapporto era assai deformato negli ultimi mesi, pensava di non poter più farne a meno. Agli occhi di lui, invece, Carla era divenuta nient’altro che un estranea, quasi una molestatrice da evitare.
La rabbia si alternò alla depressione più cupa, per giorni. Poi, seppure faticosamente, si fece strada il pensiero di lasciarlo andare. Dapprima solo come ipotesi, poi più concretamente. Perché insistere a prolungare l’assurda agonia? Lasciarlo andare e lasciare andare se stessa alle novità della vita: in fondo si trattava solo di entrare nell’ottica giusta. Concluse che non era certamente quel rapporto, nutrito artificialmente, che realizzava i suoi obiettivi e che poteva renderla felice.



A volte siamo persuasi che esistano giornate adatte a ciascuna circostanza. Giornate nuvolose fatte per intime confidenze, o soleggiate che si adattano alle situazioni più serene; chi di noi, ad esempio, non ha mai percepito la fresca sensualità di una giornata leggermente piovosa? Allo stesso modo avvertiamo una sorta di strana disarmonia quando il giorno, con i suoi eventi atmosferici, non è adeguato agli accadimenti che mette in scena…
Il cielo era tinteggiato di un azzurro pastello, compatto, senza nubi. La giornata trascorreva serenamente e quella passeggiata era proprio quello che ci voleva. Come sempre Ines teneva la nipote sotto braccio mentre raccontava le sue esperienze giovanili. La conversazione si dipanò attorno ad argomenti affatto leggeri, finché avvenne un improvviso cambio di registro:
– Grace, non devi legarti troppo a me. Arriverà il momento in cui io dovrò andarmene, e tu ci rimarrai male. Io non voglio caricarti di queste sofferenze! – , lo disse con la voce tremante.
– Ma nonna, io ti voglio bene! Come puoi pensare questo?
La nipote poi puntualizzò che occuparsi di lei non le pesava affatto e che considerava il tempo che passavano insieme una vera ricchezza, ma Ines non aveva ancora terminato il suo pensiero:
– Ultimamente mi sento molto stanca e a volte desidero rivedere i miei genitori e tuo nonno, che mi aspettano lassù.
Disse quelle parole con tono serio, ma pacato. A quelle parole Grace tacque, quasi come segno del profondo rispetto che aveva per Ines. Qualsiasi cosa avesse detto sarebbe stata inopportuna nel momento. La abbracciò, confidando che quel gesto sarebbe stato una risposta assai più pregnante delle parole.


La leggerezza riesce a sollevarci da ogni preoccupazione.
A volte anche solo pensare l’immagine di una piuma che vola ci dona un momento di pace nell’angoscia. Analogamente trovare il modo di ridere in momenti tristi può regalarci momenti di autentica sospensione dal dolore e dall’afflizione…
In un bar.
– Carla dai, raccontaci di quella volta che hai costretto quel professore a venire con te in discoteca! – disse un’amica.
– Ma che dici?
– Si invece. Dovete sapere che la nostra amichetta una volta chiese al professore di analisi (un affascinante sessantenne!) di uscire, e lui accettò.
– Ma no! Eravamo in più, poi siamo rimasti solo noi due, e io ho pensato...
– Che sarebbe stato eccitante! – un’altra amica lo disse con malizia, mentre l’atmosfera si faceva sempre più trascinante. La conversazione veniva sottolineata con smorfie allusive, inframezzata da gridolini e interrotta periodicamente da roboanti risate.
Quella sera in Carla, stranamente, non c’era rabbia. In quella sera passata tra amiche non c’era nemmeno una ritrovata serenità. C’era solo un’idea, che brusiva nella sua mente come un insetto, ma gradevole; suonava come un valore da conservare, un proponimento che emergeva nitido e straordinariamente autentico. Proferì quel pensiero – ma solo dentro di se – con lo sguardo perso nel vuoto e sorridendo: ‘bisognerebbe imparare a calarsi dolcemente lungo gli abissi che a volte la vita ci presenta, ancorandoci a pensieri lievi e salvanti, come oggetti leggeri e inaffondabili nelle acque di un oceano in tempesta’.

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