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Oltre ogni limite .: di .: Mark Andrew Star

© Testo pubblicato dall'autore in data 04/04/2008 alle ore 15:52:34

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Prefazione:
“Quale limite può superare una democrazia per difendersi dal terrorismo?” Una cellula terroristica Islamica è stata attivata negli Stati Uniti per compiere un attentato. Helen Kelly, un'agente del FBI scopre la minaccia. A lei verrà dato l’incarico di dare la caccia ai terroristi. Ma nel farlo dovrà portare alla luce anche alcune operazioni segrete della CIA condotte in Medio Oriente. Tutto questo mentre negli Stati Uniti si sta giocando la partita per l’elezione del presidente.


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Mark Andrew Star






OLTRE OGNI LIMITE




I
Edizione













Proprietà letteraria riservata



















Questo libro è opera di pura fantasia dell’autore. I personaggi, le situazioni e le organizzazioni di questo romanzo sono il prodotto dell’immaginazione dello scrittore e non sono attinenti a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistenti. I luoghi e le armi sono reali.



















1

Anni difficili


In una camera da letto di un palazzo di New York filtra un raggio di luce che illumina una cornice su di un comodino. La foto contenuta mostra una donna e un uomo abbracciati, sui quaranta, che sorridono apparentemente felici. L’uomo è in divisa da poliziotto. Sul letto una figura di donna è interamente coperta dal lenzuolo. Dorme tranquillamente. Il silenzio della stanza è rotto dal suono della sveglia che, fedele al suo mandato, cerca di smuovere la donna dal suo letto. Distrattamente un braccio esce da sotto il lenzuolo e, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, riesce a trovare il pulsante di spegnimento. La ragazza, faticosamente fa scendere le gambe giù dal bordo del letto fino a ritrovarsi seduta. Apre gli occhi e si stira cercando di allungare tutti i muscoli. Ha all’incirca trenta anni. Capelli lunghi, lisci e biondi. Si chiama Helen. Non appena smaltisce un po’ del torpore, dà uno sguardo malinconico alla foto e dolcemente la accarezza.
«Buongiorno mamma e papà» dice rivolgendosi alla foto.
Il suo tono di voce è triste perché triste è la sua storia. La mamma è mancata quando aveva solo dieci anni in un incidente automobilistico. Così suo padre l’ha accudita da allora, cercando di limitare il peso della mancanza della mamma. Non si è mai risposato. Del resto il suo lavoro, il poliziotto, non è dei più tranquilli. Poi, quando lei ebbe quindici anni, si trasferirono a New York. Anche nella grande mela suo padre ha continuato a fare l’agente. E lei in qualche modo ha seguito le sue orme. Infatti, dopo l’università, si è arruolata nel FBI. Poi, quando aveva solo pochi giorni di servizio, è arrivato l’undici settembre che le ha portato via anche il papà, uno dei primi a intervenire alle torri gemelle rimanendo vittima del crollo della struttura.
Con fatica è riuscita a superare quel momento. Anche grazie all’aiuto di Howard, un collega del padre, oltre che un amico di famiglia, che da quel giorno le è sempre al fianco proteggendola come fosse sua figlia. Helen porta un camicione da notte, che arriva fin sopra il ginocchio, molto poco femminile ma incredibilmente comodo. Va in bagno e dopo essersi tolta l’indumento entra nella doccia. Tra poco dovrà andare in ufficio.

٭ ٭ ٭

L’aria è calda. Le strade di Damasco sono spazzate da un vento che alza la sabbia del deserto e lo porta fino in città. I cittadini, che ben conoscono questo tempo, si coprono con i loro kefiyyah e continuano la normale vita. In una lussuosa villa della periferia del paese alcune persone stanno parlando animatamente. Fuori della casa alcuni bambini giocano sul prato, mentre le donne stendono i panni. Gli uomini sono seduti nella stanza che dà verso il cortile con il prato e hanno la televisione accesa su Al-Jazeera, mentre fumano il loro narghilè.
«Questa occupazione in Iraq deve finire. Non possiamo più tollerare questa situazione. Gli infedeli calpestano da troppo tempo i luoghi sacri della nostra religione» disse il più giovane del gruppo. E aggiunse: «I fratelli dell’Iraq stanno morendo per l’Islam e noi stiamo discutendo senza fare nulla»
«Pazienta fratello. Il momento della vendetta arriverà molto presto» esclamò quello che sembrava il più anziano. «Anche gli americani, con i lori amici piangeranno i loro morti com’è stato l’undici settembre o l’undici marzo»
«Ma nel frattempo noi che possiamo fare? Non possiamo lasciare soli i fratelli iracheni. Non possono farcela contro gli infedeli. Guarda, fratello Abdul. Non dureranno molto con tutti questi bombardamenti. Ogni giorno contiamo molti seguaci dell’Islam morti. E sono sempre di più quelli che cercano di arruolarsi nella guardia nazionale» E aggiunse: «la gente ha fame e cercano di stare con il governo pur di portare qualche dollaro a casa per i figli. E poi sono sempre più gli iracheni che collaborano con il governo»
«Sahid, mio vecchio amico. Sai che le cose per riuscire devono essere fatte con calma e preparate nei minimi particolari. E poi sai quanto sono in allerta gli yankees in questo momento. Si aspettano qualcosa, ma non sanno ancora dove e come colpiremo»
«Ma Abdul...» tentò di replicare Sahid.
«Ricordi caro fratello Sahid. Ricordi come ci hanno raccontato della preparazione dell’attentato di New York» Poi continuò: «La pazienza, l’ingegno e la nostra fede sono le armi che dobbiamo utilizzare per colpire gli infedeli»
«A questo punto vorremmo sapere come vanno i preparativi, mia caro fratello» disse il terzo uomo che fino ad allora era rimasto in silenzio ad ascoltare.
«La cellula si sta addestrando. I particolari del progetto come potete immaginare sono segreti, ma si sta procedendo nei tempi previsti» replicò Abdul.
«Ma abbiamo il consenso del mullah Afgano?» chiese Sahid.
«Nonostante gli infedeli pensino di averlo ucciso o ferito a morte, lui sta abbastanza bene. Il suo nascondiglio è un segreto anche per me. Ma so per certo dal suo fidato luogotenente in Iraq, che approva la nostra azione. Anche se le conseguenze saranno pesanti bisogna intervenire nella campagna elettorale americana per rimuovere quel cane infedele del presidente americano» disse Abdul. «State certi. Il presidente attuale non vincerà e quel coniglio del suo sfidante riporterà a casa gli infedeli in brevissimo tempo. Così la terra santa sarà nuovamente libera»
«Allah è grande e ci guiderà» disse Sahid, mentre gli altri annuirono.

٭ ٭ ٭

A New York, di mattina, il traffico cresce sempre più e tanta gente cammina per le strade distrattamente, quasi senza accorgersi di chi gli sta al fianco. Ognuno immerso nei propri pensieri. Al Columbia bar, tra Reade Street e Broadway, parecchia gente sta facendo colazione e al tavolo vicino alla vetrata c’è Helen, vestita elegantemente, che beve il suo caffè, mentre legge il giornale appoggiato sul tavolo. I capelli le scendono quasi fino al giornale coprendole una parte del viso. Nonostante la lettura la donna è molto attenta a tutti i movimenti delle persone che la circondano. Ad un tratto gli si avvicina un uomo di colore sulla cinquantina. Abito scuro e andatura decisa, si avvicina alla giovane e si siede al tavolo con lei.
«Ciao Howard. Come ti è andata la serata?» disse la giovane senza alzare lo sguardo dal suo giornale.
«Abbastanza bene. Anche se inizio a fare fatica a seguire i miei nipotini. Sono sempre più vispi e io inizio a sentire un po’ il peso degli anni» rispose l’uomo.
«Hai qualcosa per me?» chiese la ragazza.
«Ho qualcosa, ma devo ancora verificare le informazioni. Di un po’ Helen, siamo messi male? Sai queste storie di probabili attacchi e del livello di allarme portato a DefCon 4, inizia a preoccuparmi, nonostante tutti i miei anni nell’esercito»
«Non ti posso dire nulla, per ora. Ma non ne so molto più di quello che sai anche tu. Ci sono state le convenction e non è successo niente, ma l’aria che tira non promette nulla di buono. Ci sono forti preoccupazioni per la tornata elettorale»
«Ed è per questo che all’FBI siete tutti così impegnati?» chiese Howard.
«Ė proprio così» aggiunse Helen dando uno sguardo al suo orologio. «Ė ora che mi muova. Devo essere in ufficio tra meno di 15 minuti. Tienimi informato e salutami i tuoi nipoti»
«Non mancherò, piccola. A presto» disse Howard cercando la cameriera per farsi portare qualcosa.
L’agente Helen Kelly, giornale sotto braccio e passo veloce, uscì dal bar. Entrò nella macchina parcheggiata fuori del bar e in pochi minuti raggiunse l’edificio del FBI. Dopo essersi fatta riconoscere dalla guardia arrivò al suo posto auto, il 32 C nel parcheggio sotterraneo del palazzo. Scese dalla macchina, la richiuse, e si incamminò verso l’ascensore. Passò il badge nel lettore magnetico e attese, assieme ad altre persone, l’arrivo dell’ascensore. L’ascensore, dopo un paio di altre soste intermedie raggiunse il piano e le porte si aprirono su un grandissimo ufficio, open space, con centinaia di persone molto indaffarate. L’attività era frenetica. Helen, salutando qua e là alcuni suoi colleghi raggiunse dopo qualche istante la sua scrivania. Quando fu alla sua postazione, salutò David il suo collega, e si sedette al suo posto.
«Tutto bene ieri sera?» chiese David.
«Certo. Ė stata una serata piacevole» rispose Helen. «E probabilmente si ripeterà. Almeno lo spero»
«Due uscite? Ma allora è una cosa seria...» disse sorridendo David.
Helen gli lanciò uno sguardo che era un misto tra il sorriso e la disapprovazione per la battuta fatta. «Cosa abbiamo di nuovo?» replicò.
«Purtroppo niente. Abbiamo sotto osservazione mezza comunità islamica americana, ma niente. Nessun indizio. Eppure sappiamo che stanno preparando qualcosa. Sembra incredibile»
«Non è incredibile. Ci vuole pazienza. Le informative della ‘zia’ sui tre sospetti sono in quelle cartelle, vero? Gli do un’occhiata io» ‘Zia’ era il nomignolo che gli agenti del FBI davano alla CIA.
«Allora cosa abbiamo qui. Kareed Saamal. Ė entrato quattro anni fa dal Kennedy. Permesso di studio. L’ultima volta è stato visto .... Uhm...al porto? Ma che ci fa uno studente al porto? Dunque vediamo. Forse vuole prendere lezioni di vela» Pensò Helen ad alta voce. «Però è strano. Ė meglio andare a dare un’occhiata. Dunque. Ultimo domicilio conosciuto? Staten Island. Ok. Che ne dici. Andiamo a fare visita a questo Kareed?»
«Non aspettavo altro» rispose David.
Entrambi si alzarono, e prendendo le loro cose, si incamminarono verso l’ascensore. Da qualche tempo a questa parte controllare tutte le persone di origine islamica, o che hanno a che fare con gli arabi, era la loro occupazione principale. Le negligenze di qualche anno prima sono state pagate a caro prezzo. Per molto tempo i servizi di sicurezza interni sono stati messi sotto accusa per non essere stati in grado di prevedere la minaccia dei terroristi. Ma ora è diverso. Ogni minimo dettaglio è valutato e approfondito. A dare una mano a questo minuzioso lavoro c’è anche la legge controversa del “Patriot Act”, che consente alla polizia ampi argini di manovra nelle indagini contro il terrorismo.

٭ ٭ ٭

Nella villa si evidenziano i caratteristici segni dell’arte araba. In tutta la casa si respirano odori e profumi di incenso e dattero e i tappeti sul pavimento sono di straordinaria bellezza. Ogni oggetto della stanza, sia per la natura sia per la disposizione, racconta della cultura musulmana e sembra sia ferma a qualche decennio prima. In tutta la stanza tranne che in una. La stanza personale dell’Imam Abdul. Un computer con lo schermo piatto, di ultima generazione, fa bella mostra di sé sulla scrivania accanto al telefono satellitare. Tre grandi televisori con schermo al plasma proiettano immagini trasmesse da una grande parabola posta sul tetto e saggiamente mimetizzata alla vista dall’esterno. Il network Al-Jazeera, dal Quatar, inonda la stanza con le storie dell’Iraq. Ad un certo punto, dal computer acceso, proviene un trillo che annuncia l’arrivo di un messaggio di posta elettronica. Abdul conosce il mittente e dall’espressione compiaciuta sembra essere contento di ricevere posta da lui.
Clicca con il mouse sull’oggetto della mail che si apre immediatamente, mostrando una foto del Golden Gate di San Francisco. Niente parole, nessun contenuto; solo l’allegato con quella immagine Jpeg (formato molto utilizzato anche dalla fotocamere digitali). Un nuovo clic del mouse e Abdul salva l’allegato sul suo hard disk. Poi chiude il programma di posta elettronica e torna a leggere il Corano che teneva in mano. Dopo pochi istanti suona di nuovo il trillo del computer per avvisare l’utente che è arrivato un nuovo messaggio. Basta uno sguardo ad Abdul per capire che il mittente di questa nuova e-mail è diverso dal precedente ma ugualmente atteso. Come il precedente anche questo messaggio non ha alcun testo, ma solo un’immagine allegata che a prima vista sembra identica alla precedente. E come prima Abdul salva l’allegato sul proprio hard disk. Dopodichè chiude il servizio di posta e apre, grazie ad un’icona sul suo desktop, un nuovo programma. Il programma è un semplice analizzatore di file che esegue una sottrazione esadecimale delle due immagini Jpeg ricevute. Infatti, se all’apparenza le immagini sembravano uguali, il loro contenuto si differenziava per qualche byte, non visibili ad occhio nudo, ma evidenziati dal un comparatore fisico. Il risultato ottenuto è passato in un nuovo programma che lo decrittografa e ne evidenzia il contenuto in chiaro. “Allah guida con coraggio la nostra mano e ci porta là dove volevamo arrivare”.
Abdul mostra di gradire il messaggio ricevuto. Rimuove tutti i risultati ottenuti; la decrittografia, le immagini e le e-mail. Chiude il computer, posa il Corano lì accanto e lascia la stanza.

٭ ٭ ٭

A Langley in Virginia, alla sede della Central Intelligence Agency sono ormai molti mesi che si fanno montagne di straordinari, ma non si riesce ad ottenere uno straccio di progresso. I vertici sono sempre più in fibrillazione. Occorre trovare una soluzione per riuscire a fare dei passi avanti nella prevenzione degli attacchi terroristici. Gli analisti producono idee, anche le più strampalate, per riuscire a scongiurare altri guai. Migliaia di ore in riunioni a tutti i livelli ma niente di concreto. Su una cosa quasi tutti gli analisti sono d’accordo. Il più grosso problema della prevenzione risiede nel fatto mancano gli infiltrati sul campo. Anche la riunione che si stava svolgendo al terzo piano verteva sullo stesso argomento. Ad un tratto mentre tre analisti discutevano animatamente, dal più giovane e neo-assegnato si alza una voce.
«Scusate. Scusate se mi intrometto» disse.
Di colpo tutti si zittirono e guardarono il nuovo arrivato, fresco di Yale, con occhi di comprensione come si guarda un bambino al suo primo giorno di scuola.
«Sentiamo Kravinsky, che cosa hai da riferire» disse il direttore delle operazioni per il medio oriente.
«Mi scusi signore. Mi chiamo Kalinsky. Signore» rispose con tutto l’imbarazzo di chi si sta domandando se non era meglio se stava zitto piuttosto che fare quella figuraccia davanti a tutti. Poi prese ancora un po’ di coraggio e disse «Vede signore. C’è una grossa differenza tra loro e noi....almeno credo»
«Quale sarebbe questa differenza.....che sono arabi?» tuonò il direttore, con la risata di apprezzamento del resto della tavolata.
«Ehm, veramente no, signore» continuò Kalinsky. «Loro hanno la religione che li guida e che li fa sentire degli eroi per i gesti che compiono. Quindi è la religione che dà loro tutte le ragioni per portare a termine la loro missione, anche mettendo sul piatto la loro vita»
«Mi sta dicendo che se fossimo più praticanti, riusciremmo a combattere i terroristi?» aggiunse il direttore in tono sarcastico.
«No signore. Intendo dire che loro sono disposti a giocarsi la propria vita. Senza condizioni. Noi invece, al massimo, possiamo sperare di trovare qualche arabo che vuole tradire, ma non saremo mai sicuri che sia per sempre dalla nostra parte»
Il direttore iniziò a pensare alle parole di Kalinsky mentre tutto intorno c’era il silenzio assoluto. «Lei mi sta dicendo che non potremo mai riuscire ad infiltrare agenti reclutandoli sul posto perché sono inaffidabili? E che dovremmo recuperare i nostri infiltrati qui, negli Stati Uniti? Ma dove la troviamo della gente disposta ad andare in medio oriente, con un alto rischio di farsi ammazzare! Poi ci vuole un sacco di tempo per prepararli»
«Signore» disse Kalinsky con sempre più coraggio «noi dovremmo trovare persone assolutamente affidabili, che abbiano dimestichezza con la lingua araba e l’ambiente. E soprattutto che non abbiano niente da perdere. Compreso la propria vita»
Il gelo scese nella riunione e tutti iniziarono a fare tremendamente sul serio. «Uomini dei reparti speciali, intende? Andiamo! Nessun generale al mondo ci darebbe un solo uomo per questa impresa suicida. E poi, sa anche lei, cosa pensano i militari della CIA» replicò il direttore.
«Non intendevo quei soldati. O meglio intendevo quel tipo di soldati, ma non quelli in servizio attivo in questo momento. Requisito importante è che non devono avere nulla da perdere ...compresa la propria vita»
«Vada avanti. Sono interessato. Dove vuole arrivare con il suo discorso?»
«Vede signore. Ci sono circa un migliaio di soldati che per problemi di vario genere sono malati. La maggior parte di loro si sono ammalati in operazioni di guerra. Purtroppo non c’Ė molta speranza per il loro futuro anche se sono molto addestrati e sicuramente fedeli alla nazione»
Il silenzio nella sala ora era totale e tutti, compreso il direttore, erano seriamente interessati ai discorsi di Kalinsky. Così lui provò a cogliere l’occasione. «Se noi li addestrassimo e poi li inviassimo in Medio Oriente, magari come arabi espulsi per terrorismo dagli Stati Uniti, avremmo un’incredibile, addestrata e affidabile forza di investigazione. E non ci sarebbero problemi in caso dovesse succedergli qualcosa. Tanto, anche se è brutto dirlo, la loro sorte sarebbe comunque segnata. Però potrebbero fare ancora molto per il loro paese»
«Il suo cinismo in qualche modo mi spaventa. Ma l’idea potrebbero essere, in qualche modo, interessante. C’è solo una questione. Cosa possiamo raccontare ai familiari che vengono a chiedere notizie del loro parente?» ribatté il direttore.
«Beh, in effetti, sarebbe meglio fare in modo di "farli sparire"» Magari con un’assicurazione che risarcisca la loro famiglia della loro morte. Loro avrebbero anche la consapevolezza di aver assicurato ai propri cari un futuro e di esser stati ancora utili per il proprio paese»
Dopo un breve attimo di silenzio il direttore esclamò: «la base dell’idea è buona. Aggiorniamo la riunione alle 03.00pm. Per ora potete andare» Mentre tutti si stavano alzando, e Kalinsky si stava giustamente godendo il suo momento di gloria, tra le gelosie degli altri analisti, il direttore aggiunse: «Kalinsky! Lei si fermi. Dobbiamo ancora parlare di alcune cose»
L’orgoglio di Kalinsky cresceva in modo esponenziale con l’invidia degli altri che avevano partecipato alla riunione. La nuova via della CIA per il Medio Oriente era ora formalmente iniziata.

٭ ٭ ٭

L’area di Staten Island sta crescendo in maniera smisurata. Così come in ogni parte del mondo, da Amsterdam a Shanghai, da Venezia a Londra, tutti i “docks” o porti, che una volta erano conosciuti come posti mal frequentati, stanno per essere recuperati. Non fa eccezione New York, dove i lavori per lo sviluppo dell’aerea portuale sono in pieno svolgimento. Ė così anche per i porti commerciali di New York Container terminal e del Red Hook Container terminal. Oltre ai lavori di rifacimento e ristrutturazione, com’è ovvio, ci sono le normali e intense attività delle grandi navi VLCC porta-container o le enormi petroliere che arrivano o partono per il Sud America, l’Europa e l’Asia ad un ritmo sempre più intenso. Gli immigrati che lavorano in questo mondo sono veramente molti. Di tutte le razze e religioni. Soprattutto in una città multietnica come New York. Ci sono molti lavori che gli americani, sia per la crescita economica che per le aspettative professionali e culturali, non vogliono più fare. E l’enorme massa degli immigrati stranieri arriva a compensare questa carenza di manodopera. In maggior numero portoricani o messicani, ma ultimamente stanno crescendo anche il numero degli orientali. Sono molti anche gli arabi anche se, dopo gli ultimi avvenimenti, qualche pregiudizio verso questi lavoratori.
Tra questa grande forza lavoro c’è anche Kareed, di provenienza libanese, e da quattro anni negli States. Fa il manovale su una porta-container che fa la tratta da New York a Londra ormai da 2 anni, ma ha trovato un nuovo contatto per riuscire a salire, già dal prossimo viaggio, sulla petroliera Petrol Star che partirà il fine settimana alla volta del Messico per un carico di petrolio. La differenza dei due lavori è molta. Nel secondo infatti si guadagna molto di più e il lavoro è forse meno pesante. Kareed è di religione musulmana. Vive da solo in una stanza vicino al porto e non ha nessun parente in America. Conosce qualche amico, quasi tutti colleghi di lavoro, ma in particolar modo frequenta le persone che vanno alla moschea. Spedisce quasi tutti i soldi a casa, alla famiglia, e non si concede alcuno sfizio ulteriore oltre al lavoro.
Sono le dieci del mattino quando Kareed e i suoi due colleghi stanno lavorando per assicurare un container sulla plancia della nave. Dall’alto della sua posizione, mentre stava guidando la gru che muove il container, intravede che all’ingresso del porto sta entrando una macchina blu. Sono poliziotti o agenti federali. Si vede da lontano. Aveva visto molte volte arrivare quelle auto per fare dei colloqui, e in fondo in fondo si aspettava che prima o poi venissero anche per lui. Ma lo sorprese comunque scoprire che, dopo aver chiesto alcune informazioni si fermarono sotto la nave dove lui stava lavorando. Un uomo e una donna scesero dalla macchina, lei di razza bianca e lui di colore. Si avvicinarono al nostromo, che vedendoli arrivare si era fatto loro incontro. Kareed notò che guardavano tutte e tre verso la sua posizione e dopo poco si sentì chiamare a gran voce. Passò le consegne al suo collega e iniziò a scendere verso il pontile che lo avrebbe portato alla banchina dove lo stavano attendendo l’ufficiale e i due agenti.
Innumerevoli erano i pensieri che gli passavano per la mente mentre stava scendendo dalla nave perché in questi casi, per quanto uno sia “pulito”, si può sempre cadere in qualche contraddizione e magari rischiare di essere espulso.
Sceso dalla scaletta, raggiunse il nostromo che gli disse «Questi signori sono del FBI e vogliono parlare con te. Hai combinato qualcosa di strano, Kareed?”
Un secco «No signore», forte e deciso uscì dalla sua bocca. L’agente David Simmer, si affrettò a dire «Non si preoccupi. Sono soltanto domande di routine per gli stranieri che studiano o lavorano in America»
«Ah, meno male. Vi lascio soli. Se avete ancora bisogno di me, sono sul ponte della nave»
«Non si preoccupi. Va tutto bene» aggiunse l’agente Kelly.
Quando il nostromo si fu allontanato, l’agente Kelly estrasse un taccuino dove aveva preso alcuni appunti e iniziò a parlare a Kareed.
«Dunque...Kareed Saamal, vero» chiese Kelly.
«Si signora»
«Sei entrato in America ormai da quattro anni per studiare. Ma a studiare cosa?»
«Sono ingegnere minerario. Anche se lavoro al porto»
«Giusto. Parliamo proprio di questo. Sei entrato con un visto di studio. Stai ancora studiando o che altro?» chiese Simmer.
«Beh, all’inizio studiavo alla scuola serale. Poi le spese erano tante e ho dovuto trovarmi un lavoro più redditizio. Conoscevo un tizio che lavorava qui e che mi detto che cercavano personale. Così da allora viaggio su questa nave» rispose Kareed.
«Ovvio. Tu David riusciresti a vivere a New York senza lavorare?»
«Certo che no» rispose Simmer.
«Quali tratte fate con questi container?» chiese Kelly.
«Principalmente verso l’Europa e verso il Sud America» rispose.
«Altre attività oltre a questo lavoro?» intervenne Simmer.
«Nessuna. E poi sa, siamo sempre molto lontani da casa. Non riusciamo neanche a farci qualche amicizia, non so se ha capito. Solo ogni tanto vado alla moschea a pregare»
«Quindi nessuna amicizia? Nessuna parentela qua a New York o in altri posti dell’America?» domandò Kelly.
«No signore. Ogni tanto vado ad un Internet Point, per tenermi in contatto con i miei in Libano» Fu la risposta di Kareed.
«Va bene. Ci basta questo. Grazie» disse Kelly facendo un cenno di saluto. Poi prima di entrare in macchina fece ancora una domanda. «A proposito. Quando ripartite?»
«La nave riparte giovedì»
«Bene grazie. A presto»
I due agenti una volta risaliti sull’auto ripartirono verso la direzione del porto. Giunti in prossimità della struttura però anziché andare verso l’uscita arrestarono l’auto e parcheggiarono davanti all’ingresso. Avevano deciso di fare qualche altra domanda in giro prima lasciare il porto.

٭ ٭ ٭

«Senta. A proposito di questo Kareed Saamal. Ha qualche cosa di particolare da raccontarci?» chiese Simmer al funzionario portuale.
«Un lavoratore come gli altri. Gli arabi sono sempre molto puntuali. Se non sbaglio dal prossimo viaggio cambia nave. Va su un petroliera. La ..... Petrol Star, credo. Ci sono a bordo già altri tre arabi» rispose il funzionario.
«Ah si? Questo non ce l’ha detto. Strano» disse Kelly. «Va bene. E quando parte la nave?»
«Ma se non sbaglio martedì o mercoledì. Dipende da quando riescono ad ultimare le pratiche»
«Direzione della nave?»
«Golfo del Messico. Deve andare ad una piattaforma a caricare. Torneranno qui a New York all’incirca entro quindici giorni»
«Grazie» chiuse Kelly spostando lo sguardo verso Simmer. Poi non appena il funzionario si allontanò, disse al collega. «Beh. Abbiamo qualcuno che ci ha nascosto qualcosa. Tu che ne pensi?»
Simmer rispose «E soprattutto non sarà solo sulla nave. Si conosceranno con gli altri arabi? Avranno qualcosa in comune?»
«Questo è quello che dobbiamo scoprire»
I due uscirono dalla palazzina e si incamminarono verso la macchina. Era giunto il momento di approfondire le indagini che avevano preso una svolta imprevista.

٭ ٭ ٭

Era pensieroso Kareed. Rifletteva sul fatto che aveva omesso di dire ai due agenti del FBI che dal prossimo viaggio si sarebbe imbarcato su un’altra nave. Nel mentre si sentì richiamare dalla banchina. Si rese conto di essersi messo in una brutta situazione. Ora doveva trovare una scusa plausibile per aver taciuto questa informazione. Poteva raccontargli di come sono precari questi lavori e che finché non lasci il porto nessuno è sicuro di far parte di un equipaggio di una nave. Forse neanche il capitano. Ecco. Questa poteva essere una buona spiegazione. Almeno così pensava. Mentre scendeva nuovamente dalla nave si accorse che ad aspettarlo sulla banchina non c’erano i due agenti ma il suo amico Khalid; quello che gli aveva trovato il posto sulla petroliera. Appena giunto da lui Khalid gli chiese guardandosi intorno: «Hai ricevuto la visita degli agenti? Cosa ti hanno domandato?»
«Da quanto tempo sono qui, cosa faccio e altre banalità che ovviamente già sapevano. L’unica cosa è che non gli ho detto è che cambio nave e passo sulla Petrol. Forse questo è un problema»
«Meglio. Lo dovranno scoprire loro. Noi intanto saremo già partiti per il Messico. Domani ci vediamo dal capitano della Petrol»
«Pensi che dovrei avvertirlo della visita?»
«Assolutamente no! Nessun contatto finché non siamo partiti»
«Mancano quattro giorni alla partenza. Secondo me li rivedrò prima della partenza»
«Questo è quasi sicuro. Niente paura. Stati tranquillo; non hai niente di cui preoccuparti»
«Va bene. Che il Profeta sia con te»
«Anche per te fratello. Ci vedremo nuovamente stasera alla moschea per la preghiera»
Si salutarono e Khalid si allontanò. Kareed sapeva che si sarebbero rivisti la sera alla moschea per le consuete preghiere del venerdì. Quella visita degli agenti però un po’ lo preoccupava C’era più diffidenza e sospetto verso chiunque che fosse mediorientale da qualche tempo. Quindi tornò al suo lavoro.

٭ ٭ ٭

Il vialetto era spazzato dal vento che faceva volare le foglie gialle cadute per l’ormai inoltrata stagione autunnale, mentre alcune macchine erano parcheggiate ai bordi della strada. Un’altra auto, una station wagon, era parcheggiata nel vialetto, davanti alla porta chiusa del garage, di una casa a due piani con il giardino ricoperto dalle foglie che da qualche giorno non vengono raccolte. Sotto il portico, con un davanzale ricoperto di fiori abbastanza ben curati e colorati, una persona era seduta sul dondolo intento a scrutare il fondo della via, quasi stesse aspettando l’arrivo di qualcuno o qualcosa dal fondo della strada. Ė un uomo di circa quaranta anni, corporatura ben marcata, ma fisicamente preparata, con il viso che tradisce qualche segno del tempo e di una cattiva malattia. Si lascia dondolare dolcemente come una vecchia nave non più utilizzata che aspetta la sua ora ai bordi del porto.
Ad un tratto, dal fondo della via si affaccia il pulmino dello scuolabus che molto tranquillamente costeggia al bordo della strada e si ferma davanti all’ingresso della casa. Dall’autobus scendono Sally, tredicenne con i capelli biondi lunghi fino sotto le spalle, e suo fratellino Jonathan di sette anni, che allegramente si porta in spalla la sua cartellina. Dopo aver fatto un cenno agli amici dell’autobus, il quale chiudendo le porte riparte, si incamminano per il selciato che attraversa il giardino verso la loro casa e d’un tratto si accorgono della presenza dell’uomo sotto porticato; e la cosa li rende felici tanto che iniziano a corrergli incontro.
«Ciao papà, come stai?» esclama urlando la bambina.
«Ciao» di rimando il piccolo saltando e abbracciando forte il genitore.
«Miei piccoli tesori. Io sto bene e voi? Siete stati bravi con la mamma?» disse l’uomo stringendoli forte a sé. «Mi siete mancati molto. Lo sapete?»
«Anche tu a noi» rispose Sally.
«Vero che non torni subito in missione e che resti un po’ con noi?» aggiunse Jonathan.
«Per qualche tempo posso restare a casa con voi. Dobbiamo fare ancora parecchie cose insieme. Ora però correte dentro dalla mamma che vi sta aspettando. Forza!» disse l’uomo accarezzando la testa del piccolo.
«Sai papà che riesco a fare canestro? Poi giochiamo insieme, se ti va?» aggiunse il piccolo Jonathan.
«Certo» annuì il padre sorridendogli. «Ora però andate che tra poco si mangia»
Quando il bambino si fu allontanato, la bambina che aspettava seduta accanto al padre, disse: «Cosa dicono gli esami papà?»
«Dicono che sono comunque più forte io della malattia. Almeno per ora. Dovremo parlare noi due perché avrò bisogno che tu stia molto vicino a tuo fratello. Io potrei anche dovermi allontanare per parecchio tempo per riuscire a curarmi»
«Puoi contare su di me, papà»
«Lo so, mia piccola principessa» le disse porgendogli un bacio sulla fronte.
Sally si alzò dal dondolo e si incamminò in casa. L’uomo tiro un profondo respiro come se volesse assaporare fino in fondo tutti i profumi dell’autunno. Poi lentamente si alzò e tornò in casa dalla sua famiglia.

٭ ٭ ٭

Kalinsky stava esaminando i dossier dei militari che hanno contratto una malattia terminale durante le azioni di guerra. Tra i candidati ce ne sono almeno cinque che sono ancora in condizione di andare in azione nonostante la malattia. Ed uno in particolare. Si chiama Murray Randalf, è stato un marines, e poi un agente della CIA infiltrato in Arabia Saudita per oltre cinque anni. Ha partecipato alla prima operazione nel Golfo e a quella in Afghanistan anche se stava già incubando la malattia, un tumore allo stomaco e nel pancreas. “Questo è un candidato ideale” pensò fra sé e sé. Bisogna solo pensare alla sua famiglia. Moglie che lavora, due figli uno di tredici e l’altro di sette. La cosa più difficile da fare, la più complicata e dolorosa, è quella di definire il contributo da dare ai familiari per la scomparsa del loro caro. Eh già, perché il direttore delle operazioni gli aveva chiesto di preparare in breve tempo un rapporto completo. Sia per trovare le persone adatte all’operazione e sia per sviluppare i dettagli operativi dell’operazione compresi di costi. Il piano era di simulare la morte del candidato con una polizza, pagata da un’assicurazione di copertura dell’agenzia, così da risarcire la famiglia. Dopodichè si doveva addestrare per trenta o sessanta giorni per poi partire per la Siria o gli Emirati Arabi ad infiltrarsi.
Ma come si poteva convincere una persona, un soldato, a morire per la patria anche se la morte era già in arrivo. Bisognava fare leva sull’orgoglio del marines e per farlo occorreva sentire i suoi superiori che l’avevano guidato in tante battaglie. Consultò ancora una volta il dossier e prese in mano il telefono per chiamare il generale di corpo d’armata dei marines e il suo superiore alla CIA. L’incarico diretto del direttore delle operazioni gli dava la facoltà di fare queste telefonate e Kalinsky, nonostante fosse nuovo a questa situazione, si sentiva già a suo agio. Una volta organizzato l’incontro tra le parti, Kalinsky passò ad esaminare un nuovo dossier. Sono tanti. Il tempo è poco, e purtroppo è il solo a doversi sobbarcare tutto il lavoro. Ma in fondo è contento.


2

La paura cresce


La casa è una tipica abitazione con giardino americana, molto ordinata. Appena entrati si presenta la scala che porta al secondo piano; alla sinistra si entra in cucina mentre a destra si apre il salone. Alle pareti le foto dei bambini che giocano assieme ai propri genitori e ai nonni, ed altre con Randalf in tuta mimetica da parata e o in esercitazione.
Ad un tratto si sente squillare il telefono di casa. Dopo tre squilli Margaret, moglie di Randalf, risponde dal telefono della cucina. «Pronto?»
Pochi istanti e aggiunge «Un attimo. Le passo subito mio marito»
Randalf prende la telefonata dallo studio al secondo piano. Una voce dall’altro capo della cornetta gli annuncia: «Signor Murray Randalf? Qui è la Central Intelligence Agency che parla. Avremmo urgentemente bisogno di parlarle. Quando possiamo fissare un appuntamento?»
«Beh. Vediamo. Possiamo fare domani mattina. Non devo fare la terapia. Ma di cosa si tratta? Io non sono più in servizio attivo a causa della mia malattia. In che modo posso esservi ancora utile?»
«Sicurezza nazionale. Per ora non posso dirle di più. Domani mattina alle 9am in punto passerà una nostra auto per accompagnarla nella nostra sede di New York. Arrivederci»
«A domani» Parecchi pensieri passano ora per la mente di Randalf. Ė naturale lo stupore anche per un ex marines ed ex agente nel sentirsi richiamare in servizio, perché questo voleva dire la telefonata di prima. In modo particolare per lui che dal suo vecchio lavoro di soldato ha ereditato la malattia che lo sta uccidendo. Cosa d’altro poteva volere il suo paese da un uomo, con una famiglia a carico ed una vita precocemente alla fine, che ormai cercava solo la tranquillità della sua casa e l’affetto dei suoi cari fino alla fine dei suoi giorni.
Ad un tratto Margaret spunta dalla porta e guarda Randalf, con gli occhi pieni di pianto, ma non dice una parola. Randalf la guarda con comprensione e poi abbassa gli occhi dicendo: «Non ho la pallida idea di cosa vogliano ancora da me»
«Pensavo avessimo finito con queste storie, con queste telefonate. E invece siamo ancora in queste condizioni»
«Siamo seri. Non mi possono chiedere nulla. Anche se vuoi nascondermelo in tutti i modi, io ho parlato con il dottore e so benissimo che hai solo più pochi mesi di vita. A cosa gli posso servire ancora? Magari vogliono una consulenza verbale. Vogliono solo sfruttare le mie conoscenze militari. Che vuoi che sia»
«Speriamo bene Randalf. Almeno per questi ultimi anni ti vogliamo vicino. Sia io che i ragazzi. Abbiamo tanto bisogno di te» disse Margaret andando ad abbracciare il marito.
Lui la strinse forte a se aggiungendo: «Dai. Magari per questo lavoro mi daranno anche un po’ di soldi. Sai che ne abbiamo a sufficienza, per ora, ma le cure costano. E non abbiamo nulla per gli studi dei ragazzi»
«Possiamo vivere bene anche così. Poi ci sono i miei genitori che ci possono dare una mano»
«Andiamo Margie. Non riapriamo questo discorso. Sai che non mi piace dover ricorrere a tuoi»
«Lo so. Ma loro sarebbero felici di farlo per i ragazzi»
«Basta, ti prego. Domani sapremo e poi decideremo» disse Randalf stringendo a sé Margaret. Nel mentre entrò nella stanza Jonathan correndo verso i genitori.
«Papà andiamo a giocare in giardino. Dai»
«Va bene, va bene. Vai a prendere il guantone ed aspettami di sotto che arrivo subito»
«Sì non ma fate troppo tarde» disse Margaret aggiungendo poi a bassa voce verso Randalf «e tu non ti stancare troppo. D’accordo?»
«Comandi signora!» esclamò Randalf mettendosi scherzosamente sull’attenti.

٭ ٭ ٭

Al Red Hook terminal diverse navi sono attraccate. Alcune appena arrivate stanno disbrigando le pratiche per lo scarico delle merci. Altre invece come ad esempio la petroliera Petrol Star si accinge a salpare per il sudamerica a fare rifornimento in una piattaforma nel golfo del Messico.
La Petrol Star è una nave chiamate in gergo nautico Very Large Crude Carrier. Ha una portata lorda di 308.000 tonnellate e trasporta oltre due milioni di barili di greggio. L’apparecchiatura di bordo è talmente complicata che bastano tredici persone per controllarne la navigazione.
La nave è lunga 333 metri, larga 58 e ha un’altezza di 31 metri con un velocità di crociera di 16 nodi. La nave dispone di tre pompe idrauliche d’avanguardia della capacità di 5.500 metri cubi l’ora ciascuna che consentono di scaricare la nave in meno di ventiquattro ore.
Le operazioni preliminari per la partenza della nave sono ormai ultimate e tutto l’equipaggio, formato da undici uomini più il capitano e il direttore di macchina, sono impegnati ai propri posti. Fanne parte dell’equipaggio ci sono quattro arabi, di cui uno è Kareed Saamal l’ultimo arrivato, tre venezuelani, due messicani, un cileno e un cinese. Il direttore di macchina è venezuelano e naviga con il capitano spagnolo ormai da dieci anni e da sei sulla Petrol Star.
I rimorchiatori stanno iniziando la fase di distacco della nave dalla banchina. La prima operazione è quella di issare le grandi funi da quaranta centimetri di diametro che arrivano dalla nave per riuscire a manovrare lo scafo. Una volta agganciate le corde i piccoli rimorchiatori della Moran, iniziano le prime manovre per il distacco della nave. Dopodichè occorre farla ruotare di centottanta gradi per portarla fuori dal canale del porto di Staten Island e lasciarla libera alla navigazione in alto mare.
Le navi così grosse non hanno alcuna possibilità di manovra senza la presenza degli insostituibili rimorchiatori. Il primo macchinista, infatti, anche se il motore è in funzione, lo lascia senza forza motrice e delega il movimento della nave ai grandi motori diesel delle piccole imbarcazioni.
Tutte le operazioni per l’uscita dal porto durano all’incirca un’ora. Il primo rimorchiatore posto davanti, sul lato sinistro della nave, di comune accordo con il secondo rimorchiatore posto sull’altro lato, lascia gli ormeggi della nave che nel giro di pochi minuti recupera tutte le cime a bordo. Con un enorme sbuffo di acqua alta circa tre metri, i rimorchiatori salutano come di consueto la nave e fanno ritorno verso il porto, mentre la Petrol Star dà forza al suo motore e inizia il suo viaggio dentro la baia di New York per poi costeggiare gli Stati Uniti fino che non si giunge all’altezza della Florida e quindi scendere in mare aperto fino al Messico.
Il nuovo viaggio, sulle rotte del greggio, è iniziato ed ora dopo le normali operazioni post partenza anche gli uomini imbarcati sulla nave si possono rilassare un po’ e godersi il viaggio.

٭ ٭ ٭

Al-Jazeera sta trasmettendo il suo telegiornale quotidiano e non è difficile intuire che il contenuto della maggior parte della scaletta sono informazioni sulla situazione in Iraq. Tra le altre notizie, la commentatrice sta affermando che il vecchio arsenale militare dell’esercito del Rais Saddam Hussein è stato violato e sono state prelevate ingenti quantità di esplosivo di vari tipi. Dal T4 alla dinamite, dal Simplex al tritolo, l’entità del materiale rubato sale a quasi mille chili. Una cosa da rabbrividire, e tutto il mondo è ovviamente preoccupato.
Gli attacchi ai convogli militari o gli attentati sono sempre di più e più pesanti in termine di vite umane perse. La scoperta di questo furto non fa che aumentare a dismisura la paura generale per nuovi attentati.
Abdul, nella sua stanza super tecnologica, segue l’evolversi delle notizie con interesse. Ed anche il furto di tutto questo esplosivo sembra interessarlo molto da vicino. Ad un tratto squilla il telefonino satellitare personale. Abdul risponde e dopo qualche istante chiude la comunicazione.
Si prepara ed esce dalla sua casa. Arriva al garage, sale sulla sua Mercedes e in quel momento arriva la sua guardia del corpo che bussando sul vetro della macchina cerca di entrare in contatto con lui. Abdul abbassa il finestrino per parlargli.
«Esce signore? Le chiamo subito l’autista e ...»
«Lascia stare. Guido io» lo interruppe Abdul.
«Va bene allora la seguo con l’altra auto, signore»
«Non se ne parla nemmeno. Vado da solo»
«Ma signore...» cercò di interromperlo la guardia del corpo. «Ė pericoloso andare da solo. Ė meglio se la seguiamo»
«Ho detto di no. Vado da solo. Ora apri il garage e lasciami uscire»
«Va bene signore»
La guardia si convince, apre il portone del garage e lo lascia uscire. Abdul percorre il vialetto della sua casa fino al cancello dove altre guardie dopo averlo riconosciuto, aprono la porta e lasciano uscire l’auto.
Abdul fece un percorso di circa dieci minuti per uscire da Damasco e, giunto fuori del centro abitato, prese una strada nel deserto. Ad un’incrociò svoltò a destra in un sentiero sterrato che lo condusse verso delle dune sabbiose e poi ancora verso alcune montagne. Percorsi all’incirca trenta chilometri, Abdul dovette fermare bruscamente l’auto perché gli si erano parati davanti tre uomini mascherati armati di mitra.
Il primo degli uomini si avvicinò al finestrino dell’auto e guardò dentro. Poi fece un cenno agli altri due che si spostarono a lasciarono passare l’auto, salendo a loro volta su delle moto, seguendo la vettura di Abdul. Fatti altri cinque minuti di sentiero il convoglio incontrò altre tre Mercedes bianche che stavano attendendo nel deserto.
Dalle auto scesero quattro uomini arabi, vestiti con il loro classico abito in lino bianco, e il loro kefiyyah. Anche Abdul scese dalla macchina e i due si scambiarono dei saluti affettuosi.
«Mohammed amico mio. Sei sempre un grande uomo. Le operazioni a Kharbala sono state eccezionali»
«Grazie Abdul. Ma diventa ogni giorni più difficile. Gli americani si stanno facendo sotto a Falluja»
«Mio caro amico. Dobbiamo dargli un altro colpo, ma in casa loro. In modo da spostare l’attenzione americana fuori dell’Iraq. Perché, ora, loro si sentono troppo sicuri in casa propria»
«Non credi che poi saranno più crudeli in Iraq ed in Afghanistan, per questo?»
«Ė una possibilità. Hai quello che serve a me? Dalle notizie che hanno dato alla televisione direi di sì, vero?»
«Ė vero. In realtà la quantità è superiore a quello che hanno detto su Al-Jazeera. Pacchi con cento chili di C4 è la tua richiesta, vero?»
«Si. Vorrei anche che mi fai la consegna in Messico, tra tre giorni. Gli altri due sai dove tra quattro giorni. Ė un problema?»
«Nessun problema, amico mio»
«Nel bagagliaio della mia macchina ci sono due milioni di dollari. Sono per te e per la tua lotta»
«Dai fratello. Lo sai che per te e per colpire gli infedeli non mi servono soldi»
«Ma non sono per te. Sono per la lotta dei fratelli iracheni in terra santa contro i profanatori»
«Allora li accetto con gran piacere, mio fraterno amico» disse l’interlocutore di Abdul facendo un cenno ad un uomo che andò a prendere dal bagagliaio dell’auto una grande borse.
Gli uomini si salutarono molto calorosamente e Abdul fece ritorno alla sua macchina. Mise in moto, fece retromarcia e tornò indietro per il sentiero e poi sulla strada fino a Damasco. E di lì rientrò a casa. parcheggiando la sua Mercedes in giardino ed andando a giocare con i suoi figli che erano appena rientrati da scuola.

٭ ٭ ٭

Alle 9am in punto l’auto nera imbocca il fondo del vialetto e si ferma davanti alla casa di Murray Randalf. Il capitano, vestito in alta uniforme da marines, esce dalla sua casa, saluta con un bacio la moglie e i ragazzi che lo hanno accompagnato fino al porticato. Lui si aggiusta il cappello e scende dal porticato per incamminarsi fino all’auto. Due agenti lo stanno aspettando nei posti anteriori dell’auto. Randalf apre la portiera posteriore e prima di entrare in macchina dà un ultimo saluto con la mano ai suoi familiari che ricambiano subito. Poi entra in macchina. La portiera si chiuse e l’auto partì molto tranquillamente.
Mentre sta viaggiando verso il centro città, i suoi pensieri svariavano dai suoi trascorsi militari, alle missioni, al suo impegno come infiltrato della CIA in medio oriente. Fino ai possibili motivi della sua chiamata. Ogni tentativo di sapere qualcosa dagli agenti che lo accompagnano è fatica sprecata. Randalf lo sa e quindi evita di fare qualsiasi domanda.
Dopo una mezz’ora circa l’auto scura entra nel parcheggio della sede della CIA a New York. Il traffico è ordinato ma intenso, come di solito per un normale giorno lavorativo. Sia sulle grandi highway che nelle principali vie della città. E il traffico non risparmia neanche le macchine governative. Ma questo gli agenti lo sapevano. Infatti l’appuntamento era stato preso per le 9,45am quindi il loro arrivo è stato puntuale.
Scesi dall’auto percorrono il parcheggio fino all’ascensore dove un soldato armato con un M16 li sta aspettando. Un altro soldato, anch’esso armato di fucile mitragliatore M16, esce dall’ascensore. In questo periodo non è inusuale vedere tanti uomini armati presidiare i palazzi delle istituzioni e i punti strategici della città, ma questo grande schieramento sorprese ugualmente anche un navigato militare come lui.
Effettuato il riconoscimento gli agenti con i militari e Randalf salgono sull’ascensore per arrivare al piano terreno dove li attendono all’uscita altri soldati armati e un tenente dei marines. Il tenente controlla le credenziali degli agenti e di Randalf e dopo averne confermato l’identità li accompagna ad una porta anti-proiettile che si apre al passaggio di un badge in possesso del tenente. Uno per volta passano tutti e tre oltre la porta per ritrovarsi davanti ad altri ascensori che li porteranno ai piani superiori. La sicurezza era impressionante e fa crescere anche la tensione di un uomo come Randalf.
Giunti al piano giusto i tre uomini scendono e raggiungono un grande ufficio in cui c’è un grande scrivania ovale con almeno trenta posti di cui cinque sono occupati da personalità importanti del governo e militari. Il primo è un’analista della CIA e Randalf lo riconosce perché ha gli occhiali e il vestito che sempre di poco costo. Al suo fianco destro c’è il generale del corpo dei marines, che conosceva già perché lo aveva visto ad una parata, e sempre più a destra c’è probabilmente la persona più importante; infatti è al centro della delegazione e può guardare dritto in faccia Randalf. Ha all’incirca cinquantacinque anni è il direttore delle operazioni della CIA. Continuando verso sinistra ci sono poi il rappresentante del gabinetto della casa bianca e la responsabile dei servizi segreti per il Senato, una signora sui cinquanta anni che aveva visto più volte alla televisione.
Gli agenti indicano a Randalf dove deve sedersi, dall’altra parte rispetto agli altri ospiti, e lasciano la stanza. Lui saluta militarmente i suoi ospiti e si siede aspettando che i suoi interlocutori gli spieghino il motivo della sua convocazione. Il primo a parlare è il direttore delle operazioni che introduce l’argomento.
«Buongiorno signor Murray. L’abbiamo convocata perché la nazione ha ancora bisogno di lei. Ė inutile che le dica in quale momento particolare siamo perché so che conosce la situazione mondiale e so che capirà che in questo particolare frangente bisogna fare tutti gli sforzi possibili per prevenire altri attacchi terroristici come quelli passati» E aggiunse: «Tutti sono consapevoli, a partire dalla persona più importante di questa nazione, del rischio che corriamo e tutti vogliamo cercare di prevenire piuttosto che dover piangere al tre persone. Ora passo la parola al signor Kalinsky che le spiegherà meglio di cosa stiamo parlando»
Randalf seguiva attentamente quello che gli veniva detto ma fra sé si chiedeva se le persone oltre il tavolo sapevano con chi stavano parlando e della sua situazione di salute. Se fosse stato in piena forma molto probabilmente sarebbe in azione (o sarebbe morto) in Iraq in questo momento, al fianco di tanti altri amici. Poi la parola passo all’analista ed d’un tratto capì che tutti erano a conoscenze del suo stato, anzi lo avevano chiamato per questo.
Kalinsky prese la parola aggiustandosi gli occhiali. «Signor Murray la ringraziamo per aver accettato l’invito. Come ben sa la nostra più grossa difficoltà nel prevenire le azioni dei terroristi è la conoscenza della composizione e della posizione delle loro cellule prima che queste si attivino e portino a compimento la loro missione»
«Quindi» continuò «abbiamo un estremo bisogno di gente capace, fidata e anche militarmente preparata che ci “rappresenti” come infiltrato nei paesi dove il terrore viene ideato»
«Sono assolutamente d’accordo con voi, signori» ribadì Randalf.
«Il problema principale è che chiunque viene mandato in quei paesi vede in grave pericolo la propria vita. Quindi abbiamo pensato, o meglio ho pensato, che ad andare in missione fosse più adatta una persona che non ha problemi a mettere sul piatto la propria esistenza, perché non ha più niente da perdere»
Un attimo di silenzio accompagnò lo sguardo di Randalf sulle persone che lo guardavano con un sguardo un po’ imbarazzato e un po’ fiero.
Poi Kalinsky aggiunse «Ovviamente non possiamo lasciarla partire così. Dovremo iniziare una fase di preparazione in cui potrà approfondire la sua conoscenza dell’arabo e ricevere un adeguato addestramento per le operazioni sul campo»
«E c’è un’altra cosa» intervenne il direttore. «Come può immaginare queste operazioni sono assolutamente TOP SECRET. E non potendoci permettere che i legami familiari possano compromettere l’operazione, dovremmo in qualche modo “simulare” la sua morte. La sua famiglia riceverebbe in ogni caso un adeguato compenso con la riscossione di una polizza sulla vita per il suo sacrificio»
La mente di Randalf stava cercando di realizzare quello che gli stavano chiedendo, ma razionalmente era difficile da immaginare. Però, per via della sua esperienza, intuiva che era l’unica soluzione possibile per far riuscire l’operazione.
«Facciamo appello alla sua grande professionalità di marines e di capo famiglia» intervenne il generale. «Un marines sa quando ci si deve sacrificare per il proprio paese e per i propri figli»
Pensava e ripensava alla proposta che gli stavano facendo e man mano che passavano i pensieri nella sua testa capiva che la soluzione proposta da bizzarra a assurda stava diventando sempre più verosimile. Furono brevi attimi che a Randalf parvero un’eternità. E dopo un minuto quasi senza accorgersi disse: «Ma posso ancora vedere almeno una volta la mia famiglia?»
Tutti le persone della stanza capirono di essere riusciti a convincere il soldato e si lodavano mentalmente, mentre il direttore esclamò indietreggiando con la schiena fino ad appoggiarsi allo schienale: «Che diamine, certo! Passerà ancora qualche giorno con loro. Ne ha tutto il diritto. E poi se tutto va bene, e non abbiamo motivo di pensare il contrario, magari riuscirà anche a terminare la missione e a tornare dalla sua famiglia...» In quel momento gli venne in mente della sua situazione di salute e quindi aggiunse, con un po’ di imbarazzo «almeno finché la malattia glielo consentirà»
Randalf spostò lo sguardo verso la parete alla sua sinistra per dare un ultimo pensiero a quello che stava per decidere. In fondo poi avevano ragione loro. Sarà anche un po’ cinico ma cosa aveva da perdere. La sua vita era segnata. Sei mesi, un anno. Forse due se le cure, per altro molto costose, funzionano. E questo tempo, per lui abituato all’azione, lo avrebbe passato a torcersi le budella e a recriminare sul destino che gli aveva riservato questa malattia a soli trenta anni.
Quindi si convinse che era il modo di dare il giusto senso ad una vita vissuta per il suo paese. Si alzò. Si mise sull’attenti e disse «Accetto, signori»
Il direttore e gli altri ospiti, visibilmente sollevati dalla sua risposta, si alzarono in piedi in segno di rispetto ed il generale, ricambiando il saluto, aggiunse «Siamo fieri di lei, capitano Murray»
«Il signor Kalinsky le spiegherà dettagli dell’operazione. Le voglio solo dire che è stato un onore fare la sua conoscenza» disse il direttore mentre gli si avvicinava per stringergli la mano.
Dopo aver ricevuto i saluti delle persone dello staff della CIA Randalf e Kalinsky uscirono dalla stanza per raggiungere l’ufficio dell’analista mentre i due agenti, che avevano atteso fuori, ora li seguivano.

٭ ٭ ٭

Helen è nel suo ufficio, alla sua scrivania quando squilla il telefono. Dall’altro capo c’è Howard, il suo informatore e vecchio amico del padre scomparso da due anni.
«Ciao piccolina. Ho dello notizie per te. Dove ci possiamo vedere?»
«Facciamo al solito posto, Howard»
«Bene. Tra un’ora?»
«Parto subito ma aspettami se non ci sono ancora. C’è tanto traffico in queste ore»
«Non ti preoccupare. Farò un discorsetto con gli abitanti del luogo per intrattenermi»
Helen posa il telefono e prende la sua giacca per uscire. David seduto alla sua scrivania, davanti a quella di Helen, ha assistito alla telefonata e prima che lei se ne vada, chiede: «Vengo anche io?»
«No. Scusami David. Devo andare da sola»
«Qualche novità importante?»
«Forse. Appena torno ti racconto. E poi facciamo un altro salto al Red Hook. Dobbiamo verificare meglio le informazioni sugli arabi del porto. Ti va?»
«Affermativo»
Helen si incammina verso gli ascensori e giunge al garage. Prende la sua macchina e si infila nel traffico. Circa un’ora più tardi parcheggia al posteggio dello zoo comunale. Scende dall’auto ed entra nella struttura dove i bambini accompagnati dagli adulti strillano e urlano di meraviglia e felicità.
Helen percorre i vialetti dello zoo come una persona che conosce bene la strada. Poi si ferma davanti alla gabbia delle tigri e le guarda con ammirazione mentre si muovono sinuosamente tra le piante e le rocce della loro dimora. D’un tratto al suo fianco appare Howard.
«Ciao tesoro. Belle bestie, vero? E soprattutto molto intelligenti» le disse.
«Cosa hai per me Howard?»
«Ricordi che avevo delle sensazioni negative ieri quando ci siamo visti al bar? Ebbene un mio informatore messicano mi ha detto che in Messico sta per arrivare un grosso carico di esplosivi in arrivo da Damasco. E siccome non abbiamo informative su presunte cellule che devono colpire in Messico non è difficile capire che è destinato agli Stati Uniti. Sai bene com’è facile farli entrare qua»
«Di quanto esplosivi stiamo parlando e di che tipo?»
«Cento chili di C4»
Helen si gira di scatto verso Howard con uno sguardo che è un misto tra lo stupore e il terrore.
«E cosa ci devono fare? Quali saranno gli obiettivi? Gli aerei ancora?» La preoccupazione rompe la voce di Helen.
«Sugli obiettivi non ho ancora nulla. Solo supposizioni senza un minimo di verifica»
«Prova a dirmi anche quelle. Tutto può essere utile»
«Un mio informatore mi ha accennato qualcosa a proposito di mare o fiume, ma non so se si riferiva a New York o a qualsiasi altro posto in America. Si accennava anche a qualche ponte tipo il Golden Gate o il Verrazzano. Ma non abbiamo riscontri»
«Ponti. Mare» Pensava ad alta voce Helen. «Mio Dio. Sono centinaia i possibili obiettivi. Devo rientrare e cercare di capire qualcosa. Non appena hai delle novità chiamami»
«Contaci. Metti in allerta anche gli altri. C’è aria di un nuovo undici settembre. Ma questa volta non possiamo farci cogliere di sorpresa»
«Vado subito dal mio capo struttura. Dobbiamo impegnarci giorno e notte sulle tue informazioni»
«Ciao piccolina»
«Ciao Howard. Scusami ma devo scappare»
Helen fece un breve cenno di saluto con la mano a Howard che le accarezza leggermente la spalla. Poi lei si gira e si incammina verso l’uscita. Torna e prende la sua auto. Appena entrata, prima di accendere il motore, si ferma a pensare sui possibili obiettivi e sulle parole di Howard. Poi accende l’auto e se ne và.
Giunta alla sede del FBI Helen cerca subito di avere un colloquio con il direttore del suo ufficio. David vedendola telefonare intuisce che la situazione è grave e che le informazioni che ha ricevuto sono importanti. Appena termina la chiamata David prova ad informarsi.
«Brutte notizie dai tuoi informatori?»
«Pessime. Vieni anche tu da Keane così ti aggiorno»
«Sembri sconvolta?»
«Lo sono. Andiamo. Ci sta aspettando»
Qualche minuto dopo entrano nell’ufficio del direttore Keane che li sta aspettando con altri tre funzionari del FBI.
«Quali sono queste notizie importanti signora Kelly?»
«Il mio informatore mi ha detto che è pronto un grosso carico di C4. Cento chili all’incirca. Ora è in Messico ma la destinazione finale sono gli Stati Uniti»
«Accidenti» esclamò uno dei funzionari. «E gli obiettivi?»
«Qualcosa a che fare con il mare o i fiumi. O i ponti. Mi hanno fatto i nomi del Golden e del Verrazzano»
«Spaventoso» disse Keane. «Ma almeno ora abbiamo qualcosa su cui lavorare. Le informazioni che livello di affidabilità hanno?»
«Il massimo. Sono praticamente una certezza»
Keane disse «Va bene agente Kelly. Voi due seguite tutte le possibili piste. E vi assegno altri due agenti.» Poi aggiunse rivolto verso gli altri funzionari «A voi il compito di attivare tutte le procedure di emergenza. Mettiamo sotto controllo tutti i ponti più importanti e i porti più trafficati. Troviamo qualche riscontro così posso avvisare la Casa Bianca»
Si lasciarono e tutti iniziarono immediatamente a lavorare sul caso. Ė troppo importante l’informativa ricevuta e lasciarla cadere sarebbe un grave errore.

٭ ٭ ٭

Nell’ufficio di Kalinsky, Randalf aspetta di ricevere le informazioni sulla missione. Gli vengono spiegati i dettagli dell’operazione ed in primo luogo come farlo entrare nel progetto, cioè come organizzare la sua morte e rendere verosimile la sua nuova identità di arabo espulso dagli Stati Uniti per sospetti di terrorismo.
«Capitano Murray, le spiego come si dovrebbe svolgere il suo compito. Per prima cosa, come è ovvio devo ric

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