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I fiori del mare .: di .: Polissena

© Testo pubblicato dall'autore in data 19/07/2006 alle ore 14:48:50

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È una bella giornata.
C’è un Sole caldo, tanto che la brezza del mattino sembra provenire da un deserto assolato, piuttosto che dal mare.
È sempre stato così, nella mia vita: ogni volta che accadeva qualcosa d’importante, di significativo o di tristemente definitivo, il giorno dopo era sempre sereno, solare, caldo.
Un invito a non abbattersi.
Un messaggio di forza.
Una sola vita da vivere ed ogni giorno un nuovo giorno.
Un giorno in più.
Un giorno ancora.
Guardo la tazza fumante di un tè troppo caldo.
Troppo forte.
Amaro.
Non ho mai capito il motivo di questo retrogusto amaro. Eppure lo dolcifico esageratamente: due cucchiai colmi di zucchero per tazza.
Certo, è una tazza capiente. Di quelle da caffelatte, per intenderci.
Ciò nonostante... è sempre amaro.
Non sono mai stata capace di fare un buon tè.
E dire che è la mia bevanda preferita! Ma da affezionata consumatrice quale io sono, in tanti anni, ancora non sono riuscita a scoprire qual è il segreto che rende della semplice acqua calda una delizia per il palato, un elisir che scalda il cuore.
Il cuore.
Devo ritrovarne tutti i pezzi.
Devo rimetterli insieme.
Fuori c’è il Sole.
Ogni volta, c’è il Sole.
Tutte le volte c’è il Sole.
Ed io, dentro di me, sento la notte. Il buio.
Se solo il Mondo potesse sapere!
Se fosse capace di crederci!
Questo dolore assoluto, questo smarrimento che mi pervade, graffiante come l’artiglio di un Grifone poiché così inverosimilmente reale, sarebbe più accettabile, meno pressante, se potessi condividerlo con l’intera Umanità, se non fosse a tutti costi un terribile quanto meraviglioso segreto racchiuso in me ed in pochi altri.
Chi siamo noi, singoli, per poter sopportare tutto questo?
Dove possiamo trovare la forza per non rimanere schiacciati dal peso di una tale conoscenza?
Dove posso, io, trovare la forza per superare quest’ennesimo saluto, quest’inesorabile addio?
La mia è sicuramente stata una vita... speciale.
Banalmente uguale a quella di tanti altri nel suo complesso, certo.
Se penso alla fatica di crescere, alle rinunce, alle prove continue alle quali la vita stessa ti sottopone... no in questo non mi sento diversa. Anche questo dolore che ora io provo... quanti altri, in questo momento, stanno piangendo per lo stesso motivo?
Ma quanti altri, mi chiedo, soffrono nell’impossibilità di non poter urlare tutto il proprio dolore ad un Mondo che certo non può comprendere?
Perché non sa.
Perché non è pronto per sapere.
In questo io mi sento diversa.
Per questo la mia è stata una vita speciale.
Perché io so.
Conosco quello che la totalità ignora.
E mio malgrado... ne sono custode.
Mai come ora mi sono sentita così sola.
So che loro sono con me. Ma la solitudine alla quale mi riferisco vive in una parte del mio cuore.
Mamma diceva sempre che le fatine del mare proteggevano i bambini e gli adulti dal cuore buono e che con le loro alette d’oro e d’argento spargevano una polverina magica che aiutava grandi e piccini a fare sonni tranquilli.
Ed ogni sera fingevo di addormentarmi, abbracciata in trepida attesa al mio cuscino, finché, rimasta sola nella mia cameretta, abbandonavo il letto, mi affacciavo alla finestra e spiavo il mare, cercando le buone fatine tra le onde. E quando la stanchezza aveva il sopravvento, me ne tornavo, delusa, nel mio lettino, rimandando la mia speranzosa ricerca per la notte successiva.
Le cercavo anche quel giorno, tra le rose e le calle bianche.
Le cercavo anche se il Sole splendeva e mamma aveva sempre detto che loro arrivavano solo di notte, accompagnate dalla Luna.
Le cercavo tra gli alberi e gli adulti in nero.
Tra i parenti, gli amici. Nel loro silenzio. Nelle loro lacrime.
Le cercavo, quel pomeriggio di Giugno, per chiedere loro perché quella notte non avevano volato sopra mio padre e perché non lo avevano protetto.
Papà se n’era andato all’improvviso, nel soffio di un momento.
La sera prima mi aveva baciato sulla fronte al momento della buonanotte e il mattino dopo non c’era più.
Nel cuore della notte, un angelo era arrivato e lo aveva portato in cielo, perché lassù avevano bisogno di un uomo forte e buono che si occupasse del bagliore delle stelle.
Così dissero. Non potei crederlo mai. Ma compresi che non avrei mai più rivisto mio padre.
E fatto ritorno a casa, con ancora nitide nella mente le immagini della sepoltura che mai mi avrebbero abbandonata, decretai, nella solitudine della mia camera da letto, la fine delle mie illusioni da bambina: la morte di mio padre, del mio adorato papà, quel primo, tragico addio, mi catapultava spietatamente da un’esistenza quasi fiabesca, tipica dell’innocenza infantile, ad una realtà dura, disincantata, dolorosa.
Non avevo visto le fatine del mare.
Non le avevo trovate.
Non pensai neppure per un istante che esse furono volutamente sorde alle mie richieste. Semplicemente compresi che avevano cessato d’esistere insieme a mio padre.
Ed insieme ai miei sogni.
Sono convinta che niente è mai lasciato al caso.
Ed il destino, liberi di crederci oppure no, è qualcosa di già segnato, scritto da qualche parte, depositato là dove non possiamo mai arrivare.
Nel libro della mia vita, ora lo so, tutte le pagine erano già scritte, il futuro già impostato, le mie scelte già previste.
Se il destino non fosse altro che una fantasia da noi creata per giustificare gli errori commessi, le occasioni perdute o mai cercate, allora perché, mi chiedo, perché io e non un altro?
Non ho mai preteso di poter sempre e in ogni caso scaricare ad altri se non a me stessa la responsabilità delle mie azioni.
Ma certi avvenimenti, determinati incontri avvenuti in circostanze non da noi stabilite, in apparenza casuali, a chi possiamo attribuirle se non al destino?
Io ho scelto, questo è vero.
Ho scelto di non scappare.
Eppure una voce dentro di me continua a bisbigliare:
"Sei certa d’aver scelto tu?"
Avrei sorpreso spesso, nei giorni a venire, mamma fissare il mare dalla finestra del grande salone. Ed avrei osservato il suo sguardo triste perdersi al di là dell’orizzonte.
Sapevo che mamma amava le montagne. Le aveva sempre amate.
Nata e vissuta per i primi venticinque anni della sua vita in Val d’Ossola, in Piemonte, non era stata, fino ad allora, mai capace di concepire altro luogo dove mettere radici. Così legata al ricordo di un’infanzia trascorsa libera tra i campi erbosi, i boschi e di una giovinezza passata a scalare le vette che s’innalzavano sopra di essi, non poteva immaginare la propria vita lontano da queste.
Ma quando, al termine degli studi Universitari, conobbe Franco, colui che sarebbe diventato suo marito, tutte le sue convinzioni cominciarono a vacillare e i legami che saldamente l’inchiodavano alla sua terra natia presero a sgretolarsi.
Papà si era laureato in Biologia marina e quindi la sua vita era dedicata al mare. Destinata ad esso fin dall’infanzia essendo lui, all’opposto, nato e cresciuto sui litorali della Liguria.
Mamma era geologa e gli studi conseguiti l’avviavano verso una professione che le apriva campi di possibilità più estesi, in senso territoriale, mentre per mio padre l’unica opportunità lavorativa era rappresentata dal mare. L’unico obiettivo, l’unica meta delle sue passioni.
Si amavano. Si erano amati dal primo istante. Inevitabile divenne per loro trovare un compromesso che avrebbe dovuto soddisfare le esigenze e le passioni di entrambi.
Si accordarono sul fatto che il luogo dove si sarebbero trasferiti per iniziare la loro vita insieme avrebbe dovuto possedere, almeno in parte, quelle caratteristiche geografiche che individualmente erano a loro care. Perché la difficoltà di sradicarsi dalle proprie origini e la nostalgia che ne sarebbe derivata non rischiasse di logorare l’amore e la vita che s’apprestavano a costruire insieme.
E questo posto, dopo una breve ricerca, lo individuarono nella piccola cittadina di Palinuro, nel Cilento. Località dove mare e montagna si fondevano l’uno nell’altro, e dove anche la casa che vi costruirono fu progettata nel rispetto delle rispettive esigenze: le stanze da letto sul mare, per godere durante la notte del dolce cullare del fruscio delle onde, la veranda verso la montagna per respirare la tranquillità del verde e rassicurarsi nella maestosità della roccia. Mentre per il grande salone, posto al centro della casa, la veduta si affacciava una sul mare e l’altra sulla montagna, attraverso due opposte vetrate perimetrali.
Ed uno studio per entrambi, uno al lato opposto dell’altro, proiettato sul versante preferito.
Io sarei nata poco tempo dopo e fino alla morte di papà avremmo vissuto felici e appagati. Una vita normale e serena. Una fiaba infantile che si sarebbe trasformata in un ricordo.
Mamma non si sarebbe risposata e non avrebbe amato nessun altro.
Abbandonare il proprio studio sul retro, per trasferire il proprio lavoro in quello di papà sarebbe stato il suo modo di rendere il distacco meno definitivo. Davanti al mare. In compagnia del mare. E dei ricordi.
Ed in quei momenti io avrei letto in lei lo stesso rifiuto che m’ossessionava, lo stesso smarrimento che opprimeva entrambe.
Una strada si era interrotta ed il cammino diventava impervio ed io, troppo piccola per reggere ad un dolore così grande, avrei trovato riparo in un silenzio malato, ostinato e sfacciato, determinata a chiudere una porta dietro la quale qualcosa mi spaventava.
La vita era dolore. Crescere era dolore.
L’oblio del rifiuto era la soluzione più accettabile, più facile.
Confortante era imporsi di fermarsi, stabilire ch’era meglio sprofondare in una tristezza purtroppo sopraggiunta, ma già conosciuta.
Il domani recava con sé incertezza ed altra possibile sofferenza.
E nell’innocenza data dalla mia breve esistenza, mi convincevo che forse, così facendo, potevo fermare il tempo ed allontanare da me il pericolo che qualcosa di altrettanto terribile poteva ancora accadere.
Le favole erano storie colme di menzogne. Erano parole vuote lontano dalle verità. Erano sciocche fantasie prive di senso.
La realtà non poteva più servirsene.

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