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Birra dallo spazio pt.1 .: di .: Pablob

© Testo pubblicato dall'autore in data 08/12/2009 alle ore 13:20:26

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Prefazione:
Uno scanzonato racconto spaziale


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Il meglio della tecnologia umana applicata all'arte della birra. Non ne compreresti una così? Birra dallo spazio.
Era l'invitante messaggio che svettava schiumoso sui cargo ormeggiati in uno dei tanti astrogrill sparti per il cosmo. Aveva fatto presa su di me, era la seconda che mi scolavo oggi. Accelerava l'assorbimento e l'entrata in circolo della prepotente dose di antidolorifici e farmaci, contro la nausea interstellare ingeriti. Così mi avevano detto ad un concerto baccanale.
Mi ero recato al lavoro nonostante fossi malaticcio. Era il male del nostro tempo. La cura alle emozioni passava dall'assorbimento granulare delle numerose medicine somministrate. Ero uno dei tanti. Ansiolitici, antistaminici, tranquillanti, eccitanti, bilancianti, antidepressivi, positivanti, contrarianti. L'assicurazione sanitaria rimborsava a piene mani. Erano la panacea della mia isteria. La soluzione chimica al vuoto intergalattico. Calpestavo pianeti e asteroidi, entravo nelle case delle forme tra le più varie, mi offrivano un caffè di tanto. Sapevo che non vi sarei mai tornato, a meno di disservizi.
Tutto questo mi faceva sentire un numero.
La navetta aziendale aveva frenato, fluttuando nelle atmosfere, poi spinto in avanti lo spazio tra le supernovae e le subgiganti, tra gli sciami e le polveri della galassia. L'astrogrill era lontano dalle chiassose ceneri delle civiltà ed i loro solidi reflussi.
Avevo passato qualche pianeta di fretta, invaso le rotte dei corpi celesti, poi svoltato dopo Saturno, fino a destinazione. Erano passati anni, forse poche ore. Tutto scorreva scuro. L'oblò ritraeva una moltitudine di pianeti e di stelle indescrivibile, dai colori delle ali delle libellule, dai riflessi delle sere estive punte dai fumi delle fabbriche, i viadotti e lontane le alture pachidermiche che spegnevano con le ombre le loro luci, formidabili.
Il logo dell'azienda adornava le fiancate. Intercom era scritto a lettere verdi sulla lega dei metalli saldati. Nella piccola stiva vibravano i ferri del mestiere: fibre ottiche di ultima generazione, la cassetta degli attrezzi tintinnanti, gli scatoloni silenziosi dagli adesivi sgargianti. Il gps, che aveva calcolato la rotta, comunicava trionfale l'imminente sbarco a destinazione. Le pareti della navetta si piegavano atterrando, mentre i motori segnavamo il terreno gerbido di quella luna, alzando le polveri più frammentate. Gli uomini avevano scelto per lei il nome Eulimene.
L'azienda per la quale lavoravo si occupava di tracciare la mappa celeste, portando oltre la nostra galassia una connessione internet a banda larga e tariffe telefoniche flat a buon mercato. Solo accedendo alla rete si acquisiva il diritto alla registrazione sui database dell'anagrafe. Inseguivamo la colonizzazione spaziale per allargare il mercato.
Invero, qualche provvedimento compiacente aveva garantito alla Intercom una cerca posizione dominante. L'accesso alla rete ed alla registrazione dipendeva da noi. La pubblica amministrazione aveva preferito non farsene carico, delegando a questo soggetto privato gli oneri e gli onori. Eravamo tutto ciò che era odiato da chi caldeggiava la mentalità open source e internet libero. Questo non di rado aveva creato dei problemi anche a noi dipendenti. Un forte partito di liberi pensatori prendeva rapidamente piede, nelle zone non raggiunte dalla nostra copertura di rete. Metodi alternativi non tollerati dalla multinazionale si moltiplicavano.
Eravamo infatti formati per disattivare le più note forme di connessione non registrata, ed in contatto diretto con la centrale. Ma era ostico. La libertà mutevole si rinnovava in modo perpetuo. Come un rosario.
La costruzione si alzava dal suolo amaro per interrompersi pochi metri dopo. Non aveva più di due piani. A destra l'approdo per le navi e gli erogatori di petrolio, sotto le tettoie di plastiche avvitate tra loro, cave all'interno e dalle luci accese, costruite ad arte di polimeri e bulloni. Il mediocre stato di conservazione mentiva sulla data della sua recente edificazione. I colori acidi delimitavano la fine del cielo vuoto.
Qualche bracciante portava le riserve di ossigeno per bilanciarne l'atmosfera, altrimenti solforosa. Sollevavano senza fatica le bombole che fissavano al dissipatore, tramite dei tubi, che era montato all'estremità sinistra della luna, allungandosi sulla superficie sassosa. I pochi viandanti bivaccavano sotto la teca o si mettevano in fila alla cassa. Da fuori si poteva intravedere, dalle vetrate, l'interno del locale, in un reciproco scambio. A collegamento avvenuto sarebbe diventato l'ultimo, o il primo, avamposto della nostra galassia. Al mio ingresso gli avventori mi avevano accolto squadrandomi con cura ed ammirazione.
Le norme antifumo erano totalmente inapplicate. Era uno stanco brulicare di individui. Qualche stewart serviva ai tavoli. Alcuni preparavano batterie di caffè fischianti. Una delle cameriere serviva, dal retro del bancone di fibra di vetro, i clienti. Si grattava gli adorabili capelli ramati e sorrideva con le lentiggini prima di battere, con le dita soffici e sottili, i tasti gommati del registratore di cassa o frusciare le banconote, senza guanti. Il sorriso delle sue labbra belle mi faceva sentire a casa. Appeso al taschino dell'uniforme una placca indicava il suo nome.
-Alumina- dissi - Una birra dallo spazio - e mi sedetti.
I vecchi lettori mp3 collegati all'amplificazione cigolante, gracchiavano una vecchia litania d'inquadramento che stringeva d'assedio i pensieri.
I contratti che proponevamo erano caratterizzati dalla voluminosità delle condizioni indicate. Il più adatto era sicuramente la tariffa business “Parli di più anche tu, della luna lontana. Da oggi a 5 mega”. Avevano tutti dei nomi così stupidi.
L'avevo sfilato con garbo dalla cartelletta plastificata, per porgerlo alla titolare, che nel frattempo, mentre sorseggiavo la mia bevanda, si era avvicinata, fremente per le possibilità offerte dalla nuova connessione.
La padrona aveva firmato scorrendo velocemente le ventidue pagine di contratto. L'offerta era piuttosto chiara, almeno nelle sue parti principali. Una percentuale della nuova attivazione mi sarebbe stata riconosciuta dall'azienda come integrazione speciale. Inutile dire che proprio con essa averei raggiunto il target fissato. Ad inizio semestre avrei sicuramente declinato un incarico così lontano da casa, ma visti i calcoli che avevo tenuto, il viaggio su Eulimene mi era indispensabile.
Avevo scelto di sistemare gli attrezzi sul tavolo più lontano da quello di Raskall, che sedeva nella penombra tra il reparto deodoranti per astronavi e quello dolciumi.
L'avevo notato subito. Era uno dei liberi pensatori più pericolosi dello spazio. Raskall indossava una t-shirt stropicciata, con il logo di una distribuzione di Linux. Gli occhiali profondi celavano i piccoli occhi fieri e crudelmente democratici. I capelli non potevano che essere trasandati e legati in un codino penzolante. Sul tavolo erano appoggiati due bicchieri, delle riviste di informatica e fisica, qualche dado da venti facce, un manuale del dungeon master. Non aveva più di vent'anni. Una matita minacciosa premeva le scartoffie. Il destino riserva sempre risvolti crudelmente interessanti ai tecnici di rete.
In queste situazioni il protocollo è chiaro. Evitare contatti e avvisare la vigilanza aziendale.
Di scatto uno degli avventori mi fu addosso, sbilanciandomi e facendomi cadere. Avevo ancora in mano una pesante pinza per fissare le fibre ottiche alla cassetta dei cavi. Nella furia della lotta era scivolata poco lontano da me.
Raskall era immobile, mentre tutti gli altri si affrettavano a fuggire fuori dai locali. Le medicine mi proibivano quello scatto necessario a sopraffare il mio assalitore. Mi aveva raccolto e sbattuto sul tavolo. Ero inerme, era incredibilmente forte.
Dopo poco avevo smesso di dibattermi. Raskall si era avvicinato a noi, con il suo incedere lento e sistematico. Si era accomodato su di una seggiola di pelle sintetica dal colore dell'argilla consumata, come tutte le altre del locale.
-Qui la vostra connessione non è necessaria- aveva subito detto, guardandomi aggressivo.
La pressione dell'assalitore sulle mie scapole si era fatta meno pesante. Mi stavano liberando.
-Raccogli le tue cose e vattene-.
Annuii, sistemandomi la divisa e raccattando in fretta i ferri, portandoli alla borsa come veniva, senza rispettare il solito ordine logico. Alcune chiavi inglesi infilate negli spazi dei cacciaviti. Ero scosso.
Avevo voltato le spalle ai ribelli con timore e salutato Alumina con spavalderia cavalleresca. Era rimasta, unica e sicura, dietro il bancone di fibra di vetro.
Sulla porta, una esplosione. La schiena tremava. Qualcuno aveva sparato, lacerandomi il costato e la borsa degli attrezzi, che spezzandosi cadeva a terra, spargendo il proprio contenuto. Alumina era in piedi, con le braccia tese verso di me.
-Non possiamo farlo scappare, ci sarebbero tutti addosso!- vibrava.
Raskall era furioso. -Noi non spariamo! Siamo diversi da loro!. Dobbiamo andarcene di corsa-.
Poi tutto si spense. L'azienda, dopo una sortita in forze, aveva allacciato la connessione, ma di loro non c'era più traccia. La multinazionale raggiunge sempre i propri obbiettivi. Oggi tutti i clienti dell'astrogrill di Eulimene possono sorseggiare comodamente un caffè, navigando wireless con una one time password.
Per quel che mi riguarda, mi hanno tributato funerali sfarzosi. Gli onori di un grande lavoratore. Il mio tfr e il premio di produzione vinto, venne girato ai miei cari, con l'ultima busta paga. Per un errore di calcoli avevo raggiunto la soglia necessaria la settimana prima. Tutto questo non aveva senso.

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