Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

Il senso della musa di Andrea Garbin - Recensione a cura di

Edizioni - ISBN:

Sei in: Autori emergenti > Libri > Il senso della musa

Presentazione
« Perchè Il senso della musa? Anni fa, quando iniziai a fare poesia, fu un impulso istintivo quello, di mettere in versi idee, emozioni, esperienze; avvenne per caso e senza desiderio alcuno di proporre quegli scritti ad altre persone.
Il tempo però, si sa, cambia le cose - non tanto le persone, quelle restano sempre tali, anche se magari in misura diversa - e così iniziai ad interrogarmi su quale fosse il senso di ciò che stavo trasferendo su carta.
Mi resi conto che il risultato ero io, o meglio: una parte di me, quella che forse se ne stava eclissata e che per vari motivi non m’ero nemmeno sognato di svestire.
In seguito crebbe il desiderio di effettuare una ricerca, e conseguentemente crebbero le difficoltà, poiché all'inizio non avevo idea di quale fosse l'oggetto di suddetta ricerca.
Capii di dover dare un senso alla mia poesia e in una sorta di crescente tensione narrativa capii di dover trovare quale fosse la mia fonte ispirativa, interagire con essa e darle un senso.
Non sempre, tuttavia, si riesce a dare un senso alle cose. Spesso qualcosa ci sfugge, ma non per questo dobbiamo considerarci sconfitti, anzi, in tal caso abbiamo la possibilità di osservare con un occhio differente il percorso che ci ha portati a questa conclusione.
Il libro tenta di esaminare ed affrontare le ossessioni, le angosce e le emozioni, di chi si batte per una verità, ben sapendo di non poterla afferrare.
Cenni biografici
Andrea Garbin vive e lavora in provincia di Mantova.
Oltre ad occuparsi di poesia, scrive racconti ed è redattore per la rivista Necro. Assieme ad altri giovani scrittori della sua terra, ha fondato "la confraternita dell'uva" ideata dal mantovano Luca Artioli.
Note introduttive
"La ricerca, i sogni, la vita."
C'è una ricerca, che il Poeta sta compiendo. Un percorso lungo e faticoso, costellato da ostacoli, spine che si conficcano nella pelle, che lacerano il cuore del ricercatore, tiranneggiato dal dio-tempo, che dall'alto del suo trono, rovescia la sua clessidra, un ghigno di trionfo stampato sul viso.
È un gigante ghiotto di vita, di anni, di giorni, di ore e soprattutto di sogni. Sogni che si presentano come "infranti" o "consumati"; come "oceani" nel quale il Poeta può nuotare; come entità trasportate da "soffici nuvole".
Ma i sogni sono soprattutto "improbabili futuri, sensi che evaporano dalle tue labbra, farfalle che sgorgano dalle tue mani, pronte a morire dinanzi alla realtà."
Il Poeta, come lo è più di ogni altro uomo, guarda ai sogni come a qualcosa di lontano e impossibile, chimere di una vita aspra, dove l'unica consolazione è data dalla ricerca di qualcosa, dalla speranza in cui si vuole credere, ma da cui è preclusa ogni possibilità di concretizzazione (e redenzione).
I sogni infatti, come la bellezza, la natura, e il senso della vita, sono costretti a capitolare di fronte alla frenesia della contemporaneità, un macero forse più crudele del Cronos che divora i suoi figli e i sogni stessi.
Non c'è più spazio per il profondo sentire, e nemmeno per la comunicazione, delegata a mezzi automatizzati, espressione dell'indolenza che ormai caratterizza la massa.
Lo dice il Poeta ne Le Rose: i fiori che un tempo veicolavano messaggi tra le persone, ora sono stati destituiti del loro valore, perché adesso si tende a "lasciare agli altri di fare ciò che è nostro".
Lo stesso poeta sembra temere quella che potrebbe definirsi "l'epidemia dell'incomunicabilità"; e ancora di più, teme l'afasia e l'impossibilità di potere esprimere ciò che reca nel cuore, con i "termini imperfetti".
A questo punto, sembra farsi più forte la ricerca della Musa, non più solo ispiratrice verso cui, fin dalla notte dei tempi, i poeti elevavano un'invocazione per poter assolvere al meglio al loro compito.
La Musa, detentrice di valori ormai perduti, forse solo pia consolazione per fuggire da un mondo che non conosce - e forse non ha mai conosciuto - la bontà della bellezza, diventa una meta cui tendere, l'approdo sicuro di una vita che certezze non ha.
Il Poeta la cerca, le parla, come si parla all'amata, con sincerità e con la purezza di un cuore che non teme di svelare le proprie debolezze; a volte inciampa in attimi di tristezza, altre volte, limitandosi a contemplare la Natura e il Nulla, percependone la dolcezza, provando il desiderio di farsi avvolgere da una coltre tenebrosa, chiudendo in essa "sensi e dissensi".
C'è poi un luccichìo che s'insinua nei versi, lo scintillìo del lago su cui il sole riflette i suoi raggi, dall'alto del cielo gonzaghesco.
Il Poeta, infatti, nella sua ricerca, percorre i siti conosciuti di Mantova, città di laghi e di vicoli, crocevia di storie e di storia, impressa nei monumenti emananti antichità; e della suggestione della storia si appropria, intrecciandola con il presente, trasfigurato dalla speranza di coronare la ricerca.
Il Poeta, però, ad un tratto, si accorge di non avere trovato nulla.
Ha cercato la bellezza, ma non l'ha trovata perché l'ha cercata "dove bellezza non si può trovare"; ha cercato di realizzare i suoi sogni, invano, perché sono inafferrabili, e forse, inesistenti.
E ha cercato il senso delle muse, inutilmente: "il mondo non è pronto ad accoglierle".
Eppure tra le luci di un tramonto ormai morente, il Poeta sembra sorridere.
È un sorriso malinconico, morente come il giorno tinteggiato del rosso del tramonto.
Presto si addormenterà, cadrà nell'oblio del mondo e di se stesso, come fanno uomini e donne dopo una giornata di lavoro.
E come questi uomini e queste donne, presto si risveglierà per continuare una ricerca, per dare un senso alla Musa, alla vita, ai sogni.
E allora si accorgerà, anzi, forse si è già accorto che i sogni sono più reali della realtà stessa, così effimera, così sfuggente e così alienata.
di Roberta De Tomi
Dicembre 2006

"Ultrasuoni"

"Il cader delle foglie mi rende tranquillo" dice il poeta Andrea Garbin.
A me rende tranquillo il cader delle parole. E non solo. Mi rende inquieto.
Di quell'inquietudine che risveglia i sensi. Li affina. Li rende atti a percepire i suoni e, soprattutto, gli ultrasuoni.
Perché questo è Il senso della musa: una trappola per ultrasuoni.
A che altro servirebbe sottolineare, render visibili, gli accenti delle parole italiane, che di accenti, a parte in pochi casi in finale di parola, non ne hanno bisogno?
Per l'intonazione, le parole italiane si affidano alla memoria, alla consuetudine.
Tutto il contrario di quello che avviene in questa raccolta di poesie.
Le parole rifiutano, d'impatto, d'essere quello che di consueto sono. Già, con l'intonazione - superflua - degli accenti, manifestano la volontà di sottolineare suoni, quei suoni.
Renderli ancora più udibili, visibili.
E se la poesia - quella vera, quella che veramente ci colpisce, come sciabola affilata - altro non fosse che render visibili i suoni che s'agitano intorno a noi, dentro di noi?
Suoni appena percepibili. Ultrasuoni. Come poterli catturare?
Forse, basta calarsi nello stato d'animo del Non sto pensando a nulla... Così - forse, ancora - il Nulla potrà riempirci del suo Tutto.
Che fosse questo e non altro l'illuminarsi d'Immenso?
Lasciare il proprio essere, la propria pelle, la propria carne, diventare diafani, permeabili, fragili e - finalmente - ricettivi?
Ricettivi agli ultrasuoni, che sempre sono intorno, dentro di noi. Ignorati, spesso. Ma la pausa e il silenzio possono proteggerli, custodirli.
Certe pause, certi silenzi.
La natura può aiutarci nel (sovra-umano?) tentativo di catturare queste onde che, come microscopiche corde d'energia, s'agitano invisibili in ogni atomo di materia.
Onde energetiche che regolano le misteriose leggi della Natura e del Cosmo.
Misteriose, eppure così chiare, per chi sa dare loro ascolto. Perché, forse, il Grande Segreto si cela in una sola parola: il ritmo.
Musicalità, accordi, assonanze, dissonanze che tutto regolano, come su un'immensa partizione, e a tutto danno vita, danno senso. Armonia.
E, è bello trovare, rintracciare, e poi sperdersi in questa grande e segreta Armonia.
E sentire che nel mio cuore goccia il dubbio; il tuo di poeta e, anche il mio di lettore.
Grazie a te, poeta, che hai saputo rendere i miei occhi: gomitoli d'argento.

Giovanni Buzi
Dicembre 2006

 

Il senso della musa: recensione a cura di Andrea Garbin