LA PULCE

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose. Caterina è un vulcano d’idee, lo è sempre stata. Quando arrivo ha già messo al loro posto i suoi pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più.
“Non tocca a me il nero” faccio, come ogni volta.
“Si invece” dice lei, accarezzando i pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.
Il contatto delle dita consumato nel corso degli anni, ha levigato visibilmente i marmorei pezzi della scacchiera. Apparteneva a suo nonno, Giovanni: è lui che le ha insegnato a giocare, negli oziosi pomeriggi trascorsi al paese, nella cascina di famiglia, durante le vacanze estive. La corona del re, impreziosita da perle lattescenti, impone al sovrano una certa autorità, tanto da incutere un timore reverenziale negli avversari. Alla sinistra della torre, uno stallone purosangue raspa impaziente il terreno, sollevando nuvolette di polvere. La criniera è fluente, tirata a lucido, quasi fosse stata strigliata per ore da mani sapienti. Schieramento ultimato. L’armata bianca è pronta: che la battaglia abbia inizio.

Mi sorride, invitandomi a sedere: batte la mano con le dita affusolate sul morbido cuscino patchwork. Gli angoli della bocca tratteggiano una mezza luna, sorriso di giada, che le illumina il viso da bambina, sorpresa nell’atto di combinare una marachella. E la luce che irradia, mi cattura, irresistibilmente, come la lanterna fa da faro alla falena, che in un vortice d’ali le vola intorno, improvvisando un’allegra danza di benvenuto, e si esibisce volteggiando in un’infinita serie di piroette: una, due, tre. Così, leggiadro, abbagliato, volo incontro alla mia lanterna: ben ritrovata Caterina.

“E’ marmellata di albicocche, sono del frutteto di Tonino, cioè, ora è del figlio. Assaggia. Se chiudi gli occhi e ti concentri, riesci a sentire ancora il calore del sole che le ha imbiondite. Il profumo era così intenso, che ieri pomeriggio ha compiuto una magia: mi ha riportato indietro, ai tempi in cui correvamo a perdifiato zigzagando tra i filari del campo, a piedi nudi, dopo aver saccheggiato gli alberi del buon Tonino. Ci nascondevamo nel vecchio fienile del nonno e dopo aver aspettato un tempo ragionevole, uscivamo finalmente allo scoperto; a gambe incrociate, ci sedevamo a terra per spartirci il bottino, da buoni complici, con la schiena appoggiata alle balle di fieno, che si faceva strada nella trama del cotone sottile dei vestiti e ti pungeva, pizzicandoti tra le scapole: che merende ! Te lo ricordi, Antonio, eh?” chiede con un pizzico di nostalgia, porgendomi il piatto dipinto a fiori gialli e blu: tulipani, così allegri e sbarazzini, proprio come lei.
“Me lo ricordo, certo, come dimenticare?” le risponde il marito in un sussurro meditabondo, prendendo uno spicchio dell’invitante crostata. I dolci di Caterina sono delle opere d’arte; non solo cibo, ma un vero e proprio nutrimento per l’anima.

Mi siedo davanti a lei, dispongo i pezzi bruni con la mano libera, mentre con l’altra tengo in equilibrio la fetta di torta: sento che l’alfiere oggi mi darà soddisfazione. Caterina socchiude gli occhi per valutare la situazione; le rughe sottili formano un intreccio complesso sulla pelle delicata, come un ricamo che le incornicia lo sguardo: sembra quasi che indossi una veletta di merletto. Muove il pedone, che avanza ubbidiente superando l’immaginaria linea di belligeranza: è la solita mossa d’esordio. Conosco i suoi schemi, potrei elencarli a memoria.

“Sembra quasi che saltelli, molleggiandoti a quel modo sulle punte dei piedi. A piccoli passi, proprio come me. Anch’io lo facevo alla tua età: mi chiamavano Pulce. Mi dava l’impressione che allungandomi un pò di più, avrei potuto spiccare un balzo verso il cielo. Afferrare le nuvole per saggiarne la consistenza: questo era lo scopo; strapparne un pezzetto per riporlo in tasca, come tanta soffice ovatta. Ti dispiace se ti chiamo Pulce?” Mi disse Caterina la prima volta che c’incontrammo.

Rispondo alla mossa: sciolgo le redini spronando il cavallo dal manto corvino, che con un magnifico balzo, supera la fila dei miei disciplinati pedoni.

Il buio mi spaventa, è un timore che non riesco a vincere. Di notte, me lo sento scivolare addosso, liquido e freddo; mi entra strisciando nella bocca, e precipita giù in un eco senza fine che mi rimbomba nelle orecchie, annullando i miei sensi, rendendomi sordo, incapace di ascoltarmi. In quel preciso istante mi sveglio e inizio ad urlare. Così mi trovarono nella stiva di quella sudicia nave di clandestini: rannicchiato e urlante.

Un altro pedone bianco prende posizione: la difesa allarga le sue maglie. Caterina si sistema meglio, le gambe fasciate in sgargianti pantaloni di lino azzurro; le sfugge una scarpa, che rotola nella mia direzione. Invece di raccoglierla, allungo la mano e sfidandola, le tolgo anche l’altra: lei accompagna il gesto con finta aria scandalizzata, coprendosi il viso con le mani per soffocare una risata. “Tocca a te Pulce, pensa alle tue mosse invece di badare alle mie scarpe” mi rimprovera rifilandomi un buffetto sul braccio: una carezza, nient’altro che una carezza.

Sono duri come sassi gli anni che mi porto dietro. Vorrei poterli lanciare, uno ad uno, calibrare bene il tiro e farli rimbalzare lontano, sul pelo dell’acqua dello stagno, quello dietro casa di Caterina. Forse così potrei liberarmene.

“Attento alla torre: Caterina oggi è in vena di strabiliarci” dice Antonio indicandomi l’alfiere bianco pronto a ghermirmi. Assiste alla partita seduto in poltrona, coperto dal giornale che tiene aperto sulle ginocchia; ogni tanto lo abbassa, nemmeno fosse un sipario, e s’affaccia sul palco per dare un’occhiata. Non sono ancora riuscito a vincere una partita.

“C’è una famiglia, i coniugi Belmonte, Caterina e Antonio; sono disposti a prenderti in affido. Sono passati anni dal tuo arrivo in Italia. Sei grande, hai superato l’età, devo metterti in guardia: non sarà facile. Inizierai con delle visite, una a settimana, il mercoledì”. Mi guarda fisso la signora Giusti, aspetta una mia reazione. Non dico niente, ricambio lo sguardo incollando gli occhi alle stringhe delle mie scarpe, mentre una sola parola preme contro lo stomaco per uscire: speranza, di questo è colmo il mio cuore.

Un’altra mossa, e il re di Caterina è sotto scacco. Non devo sbagliare. Non posso farle intuire la mia strategia. Forse stavolta ce la faccio. Strizza gli occhi per concentrarsi, come le ho visto fare tante volte. Non mi lascia mai vincere, perché solo così posso imparare: gli scacchi, metafora di vita. Oggi si decide, è il giorno. Una telefonata o la risoluzione della partita. Bianco o nero. Sono li che aspetto, la testa dell’alfiere stretta tra il pollice e l’indice. Lo tengo a mezz’aria: è un volo trattenuto il suo. Non voglio che finisca.“Ehi, prima o poi dovrai lasciarlo andare” mi dice Caterina con fare solenne. Non lasciarmi andar via, le rispondo col pensiero. Sto per calare il pezzo, ma non mi faccio illusioni. Lo squillo del telefono interrompe la discesa. Antonio piega il giornale e si alza: il cuscino pressato riprende fiato con uno sbuffo. “Pronto?”, lo vedo annuire mentre tamburella le dita sul tavolino di legno. Ripone la cornetta al suo posto, si volta verso di noi: “Era la signora Giusti; è fatta, l’affido è permanente”.
Appoggio l’alfiere: “Scacco matto ! Ho vinto la mia prima partita!” dico tutto di filato, gustandomi il mio piccolo momento di piacere; e mi esce come un urlo d’esultanza, mentre mi sporgo sulla scacchiera per abbracciare forte Caterina, facendo volare in aria i pezzi di marmo, sparpagliandoli per il pavimento.

 

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