Doctor Who? - Prologo

22 gennaio 2011

Ospedale psichiatrico St. Joseph, Oregon, Stati Uniti d’America

-Avanti, entra dentro senza fare storie.- l’uomo prese di forza la ragazza spingendola all’interno di quella che sarebbe diventata la sua stanza. -Non so se ti hanno spiegato come funziona qui, perciò ci penserò io.- un sorriso maligno comparve sul suo viso. -Mangerai solo e soltanto quando ti sarà concesso farlo, farai la doccia una volta al giorno e quando sarà il tuo turno, non potrai uscire dalla stanza senza essere sorvegliata, a meno che non sia, così come mi piace chiamarlo, l’orario dello “svago”. Potrai ricevere visite ma non potranno durare più di mezz’ora, dovrai prendere tutte le pillole che ti verranno prescritte e se dovessi mai beccarti a nasconderle, passerai dei guai. Non farti trovare fuori dalla stanza quando non dovresti far altro che rimanervici dentro, credimi se ti dico che ti farò rimpiangere la tua vecchia e lurida cella di prigione. Se hai pensato anche solo per un attimo che qui avresti ricevuto un trattamento diverso, hai sbagliato del tutto. Ti converrà comportarti bene con me, non sono quel tipo di persona a cui piace scherzare.- Ethan Fisher era uno degli infermieri più bastardi che potessero trovarsi in quell’ospedale psichiatrico, anzi, il peggiore. Un uomo burbero, bugiardo, manipolatore e violento. Un metro e settanta di pura e meschina cattiveria. I suoi occhi erano neri come il petrolio e solo a guardarli, potevi sentire un brivido che percorreva tutta la schiena. -Spero di essere stato ben chiaro con te. Sta attenta ragazzina, qui dentro non sarà dei matti che dovrai avere paura.- il rumore della porta che veniva chiusa con violenza, fece trasalire Grace.

La ragazza, che aveva trattenuto le lacrime dal momento in cui aveva varcato la soglia dell’inferno, si accasciò sul pavimento gelido della stanza e coprì il volto con le mani, scoppiando in un pianto carico di disperazione. I capelli biondi le ricaddero davanti al viso ormai rigato dalle lacrime. I suoi occhi, una volta di un azzurro intenso, adesso erano spenti, privi della luce che li aveva sempre resi meravigliosi.

-Avanti Grace, smettila, non piangere. Non puoi dargliela vinta, non ancora. Tu sei forte, tu puoi farcela. E’ solo questione di tempo e tutto tornerà come prima. Devi essere coraggiosa.- asciugandosi gli occhi con la manica della maglietta, si alzò dal pavimento e si diresse verso la piccola finestrella della stanza. Vi si affacciò, ma tutto quello che vide, fu una recinzione e al di là, solo il mare. Rimase a guardarlo per un po’, sognando di potervisi tuffare dentro ancora una volta, come i vecchi tempi, quando la sua più grande preoccupazione era la verifica in classe su un argomento in cui era un frana. Ricordare quei momenti la fece ricadere in una profonda tristezza e decise così di aprire la finestra per inspirare la brezza marina. Passò una mano sull’inferriata che le impediva di fuggire da quel maledetto ospedale e al tatto risultò talmente gelida da farle venire la pelle d’oca, ma questo non le importava. Il vento che entrava nella stanza era freddo, ma poterlo sentire sulla pelle, sapere che anche le persone che amava potevano essere toccate da quella stessa brezza, la fece sentire meno sola e distante dal mondo esterno. Ma nonostante continuasse a ripetere a sé stessa che ce l’avrebbe fatta, che quell’incubo sarebbe finito e che era una ragazza forte, sapeva bene che nulla sarebbe stato facile come una volta.

Grace non avrebbe mai potuto immaginare che quel patto le sarebbe costato così caro, che avrebbe fatto sì che la sua vita precipitasse dritta in un burrone.

Tutto quello che stava vivendo era troppo difficile da sopportare per una ragazza di appena diciotto anni. Aveva perso la sua dignità, la sua integrità morale, l’identità, la famiglia, gli amici e persino l’amore. Tutto quello che le rimaneva da fare era aspettare e sperare in qualcosa che avrebbe cambiato del tutto le regole del gioco.

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NB: Tutti i nomi e i luoghi descritti in questa storia sono inventati o si avvicinano leggermente alla realtà.

 

 

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